COOPERAZIONE E SVILUPPO

Quale e come?

Angelo Pittaluga, coordinatore Caritas italiana per l’Africa Orientale

"Vedendo la situazione del Sud Sudan e il dispiegamento massiccio delle Ong presenti nel Paese, viene da chiedersi se la cooperazione stia aiutando realmente a creare sviluppo o se, invece, non stia provocando conseguenze controproducenti, persino dannose". A parlare al Sir è Angelo Pittaluga, coordinatore regionale di Caritas Italiana per l’Africa Orientale, da un anno di base in Sud Sudan. Lo abbiamo incontrato per cercare di capire la situazione nel più giovane stato dell’Africa (nato il 9 luglio 2011) e fare il punto sulle attività di Caritas Italiana nel Paese.

Da dove nasce questa provocazione?
"Dalla costatazione dei fatti: quando sono arrivato all’indomani dell’indipendenza sentivo che c’erano molte aspettative, si aveva la sensazione di essere ad un punto di svolta. Quello che è successo, invece, è stato uno smontarsi progressivo di queste belle speranze. A causa del contenzioso aperto tra Sudan e Sud Sudan, con il conseguente blocco dei commerci e dell’esportazione di petrolio, la situazione economica in entrambi i paesi è peggiorata, mentre nelle aree di confine le violenze e il dramma degli sfollati continua. In Sud Sudan poi la corruzione è dilagante e la nuova leadership politica non sembra essere in grado di rispondere a queste nuove sfide".

E la cooperazione in questo scenario che fa?
"A partire dagli accordi di pace del 2005 piccole e grandi Ong si sono riversate in Sud Sudan grazie ai finanziamenti messi a disposizione dai grandi donatori internazionali. L’arrivo di personale con grande capacità di spesa (di cui fanno parte anche i nuovi investitori impegnati soprattutto nel campo petrolifero ndr) ha portato ad una crescita incredibile dei prezzi. Oggi per affittare un ufficio nel centro di Juba ci vogliono diverse migliaia di dollari al mese. Prezzi che hanno spinto la popolazione verso le aree periferiche. La maggioranza delle Ong è impegnata nella doverosa assistenza agli sfollati, ma corriamo il rischio di perdere di vista tutto il resto".

In che senso?
"Inseguendo le emergenze si rischia di dimenticare il fine ultimo della cooperazione: lo sviluppo. Come Caritas italiana rispondiamo puntualmente agli appelli d’intervento di Caritas Internationalis, ma dobbiamo essere capaci di una prospettiva più ampia. Altrimenti rischiamo che l’emergenza diventi la norma, creando un circolo vizioso che si autoalimenta".

Come uscirne?
"Partendo dalle comunità locali. Credo che a volte bisognerebbe guardare di più a quanto fatto dai missionari, presenti dai primi del novecento in Sud Sudan, e al modo che hanno di camminare con la gente. Come rete Caritas stiamo cercando di promuovere una riflessione in questo senso avendo come primo obiettivo il sostegno alla nuova Caritas del Sud Sudan, nata pochi mesi fa. La sfida è quella di aiutare la formazione delle Caritas diocesane e la capacità di lavorare sempre più in rete. Parallelamente come Caritas italiana, insieme ad altre associazioni locali e internazionali, abbiamo lanciato una serie di attività di sensibilizzazione per aiutare la popolazione a partecipare al processo di revisione della costituzione ancora in corso. Un modo per favorire la maturazione della cittadinanza".

Sul fronte dello sviluppo come vi state muovendo?
"Siamo impegnati soprattutto nel campo dell’agricoltura, la grande potenzialità inespressa del Paese. Decenni di instabilità hanno spinto la popolazione a puntare su un’agricoltura di pura sussistenza. Far ripartire il settore significa garantire uno sviluppo sostenibile alle comunità e una reale lotta alla fame".

Quali progetti sostenete?
"Sta per partire a Wau un progetto agricolo finanziato da Caritas italiana insieme all’iniziativa Solidarity with South Sudan e ad Acs, una piccola Ong italiana. L’idea è quella di costituire, accanto alla scuola di infermieri attivata dall’associazione, una piccola impresa agricola che garantisca cibo agli studenti e un reddito che possa contribuire alle spese della struttura. Sempre nell’area di Wau, insieme all’Ong Manitese e alla facoltà di agraria dell’Università Cattolica del Sud Sudan, stiamo per lanciare un progetto di sostegno alle comunità rurali, che coinvolge due Ong locali. Un lavoro di tre anni che prevede fasi di accompagnamento, formazione e fornitura di materiali come bovini, aratri e trattori".

Negli anni scorsi Caritas italiana ha lavorato molto anche in Sudan. Quali sono i rapporti con il nord dopo la secessione?
"L’idea originaria di Caritas italiana era quella di restare al nord per dare sostegno ad una Chiesa che avrebbe inevitabilmente subito delle difficoltà, dopo la perdita della parte meridionale a maggioranza cristiana. Purtroppo, però, il visto d’ingresso nel Paese c’è sempre stato negato. Restiamo in attesa dell’evolversi della situazione, mantenendo i contatti con la Chiesa del Sudan cercando di continuare a sostenere i progetti promossi negli scorsi anni".

Dal Sudan sono anche stati espulsi i cittadini originari del Sud Sudan?
"Tutti i cittadini appartenenti alle etnie originarie del Sud, indipendentemente da dove fossero nati, sono stati dichiarati persone non gradite al nord. Questo su basi puramente razziali. Per alcuni di loro, senza soldi ne mezzi, il viaggio di rientro rischia di avere conseguenze drammatiche". 

a cura di Michele Luppi, Sud Sudan