MONACO 1972

Le Olimpiadi nel sangue

Il dolore di Paolo VI per la tragedia iniziata il 5 settembre

Di quella ventesima edizione dei Giochi Paolo VI ne aveva parlato domenica 27 agosto 1972, prima della recita dell’Angelus, rivolgendo una domanda ai fedeli convenuti nel cortile del Palazzo pontificio di Castel Gandolfo: "Avete voi ammirato alla televisione e osservato sui giornali le prime visioni spettacolari delle Olimpiadi inaugurate ieri a Monaco di Baviera?". E aveva aggiunto che anche lui aveva contemplato qualche scena significativa, attirato più che dalla "esteriore grandiosità" dello spettacolo, "dall’aspetto umano del magnifico quadro" di tanta gioventù "sana, forte, agile e bella" che apriva alla speranza "d’un mondo nuovo e ideale, nel quale il sentimento della fraternità e dell’ordine ci riveli finalmente la pace, non solo possibile, ma effettiva ed operante". Aveva concluso citando la testimonianza di fede in Cristo "di un celebre campione sportivo vivente, Eddy Merckx". Nello stesso giorno, all’allora arcivescovo di Monaco, card. Giulio Döpfner, il Papa aveva inviato un messaggio esprimendo i propri voti perché il grande evento sportivo potesse contribuire "a far sì che anche nella convivenza internazionale e nel concerto dei popoli prevalgano e siano universalmente riconosciuti la dignità spirituale e gli inalienabili valori della persona umana".
La cronaca di quelle giornate aveva fatto registrare in Germania anche un episodio di buon auspicio. Prima dell’apertura dei Giochi una folla di atleti e di dirigenti si era recata a Dachau per assistere, nel luogo dove sorgeva il primo campo di concentramento nazista, ad una cerimonia religiosa celebrata da un sacerdote cattolico e da un rabbino. Ma la violenza e il terrore erano in agguato. Quella ventesima Olimpiade dell’era moderna sarebbe passata alla storia per tutt’altri motivi che quelli sportivi, della fraternità e della pacifica convivenza. La tragedia cominciò alle 4.30 del 5 settembre quando un commando di terroristi palestinesi di "Settembre nero" fece irruzione negli alloggi degli atleti israeliani al Villaggio olimpico. Due atleti rimasero subito uccisi durante la colluttazione che ne seguì, altri nove furono trattenuti in ostaggio dai fedayn che chiedevano la liberazione dei loro compagni detenuti nelle carceri in Israele. La giornata passò drammaticamente tra i vani tentativi delle forze di polizia di trattare con i terroristi e lo scandire degli ultimatum da questi lanciati con la minaccia di uccidere tutti gli ostaggi. Il tragico epilogo alle 1.30 del 6 settembre nell’aeroporto di Furstenfledbruck, da dove i terroristi sarebbero voluti partire alla volta del Cairo portandosi appresso gli ostaggi. Un massacro: nove israeliani, cinque palestinesi, un poliziotto tedesco uccisi dal fuoco incrociato delle armi, e anche la "beffa" di un precedente comunicato che dava invece per liberati tutti gli ostaggi.
La storia, quel giorno, doveva registrare un’altra "vittima". Era morto lo spirito di Olimpia, e proprio nella nazione dove 36 anni prima quello stesso spirito di pace e fraternità, se non morto, ne era uscito mortificato dall’Olimpiade di Berlino svoltasi sotto la regia del regime nazista.
I Giochi di Monaco ripresero lo stesso giorno dell’eccidio, con le bandiere di tutti i Paesi partecipanti a mezz’asta, compresa la Giordania, escluse quelle dei Paesi arabi. Nei giorni seguenti Israele, per ritorsione, fece varie incursioni con mezzi corazzati e copertura aerea, in Libano e in Siria per colpire postazioni e comandi, veri o supposti, di guerriglieri palestinesi.
Fu, quell’Olimpiade, un’altra delle tante sofferenza patite con la morte nel cuore da Paolo VI. "Dinanzi a questi morti… – disse quello stesso giorno del 6 settembre durante l’udienza generale -, non possiamo non essere molto tristi noi stessi e non esprimere il nostro turbamento con la nostra forte deplorazione… Non è un episodio che resta isolato. Tutti gli spettatori – milioni – che sono sparsi sulla terra restano tristemente feriti e vulnerati nel loro spirito da questo inesplicabile scontro. E Dio voglia che non si producano altri simili episodi… L’odio genera odio; il sangue vuole il sangue; la vendetta, la vendetta. Dove si va? Si riaccendono tanti sentimenti cattivi, gravi, che lacerano la pace negli animi. E questo non possiamo non deplorare, ripeto, con grande dolore, con grande veemenza. Sì, ancora; ma veemenza di amore. Poveri noi! Poveri noi, che siamo ancora a questo grado di insipienza e di inciviltà!".
Lo attendeva, in quel 1972, il 18° Congresso nazionale eucaristico che si sarebbe aperto il 10 settembre a Udine, dove Paolo VI si recò sabato 16. E l’abbraccio dei fedeli portò in parte, nel cuore afflitto del Papa, un po’ di sollievo.