50° CONCILIO
Inter Mirifica: intervista con il teologo e specialista Franz-Josef Eilers
“Questo sacro Concilio, perseverando nelle sollecitudini dei sommi Pontefici e dei vescovi in un argomento di sì grande importanza, ritiene suo dovere trattare dei principali problemi relativi agli strumenti di comunicazione sociale. Confida inoltre che questa esposizione dei suoi principi dottrinali e delle sue norme non solo sarà di giovamento spirituale ai fedeli, ma contribuirà anche al progresso di tutta l’umanità”. Comincia così il decreto sugli strumenti di comunicazione sociale “Inter Mirifica”, approvato dal Concilio Vaticano II il 4 dicembre 1963. Per la prima volta nella storia, sull’agenda della Chiesa cattolica, con la solennità di un documento conciliare, viene scritta la parola comunicazione sociale. Ma come si è giunti all’approvazione del documento? E quali le prospettive aperte da questo? Ne parliamo con padre Franz-Josef Eilers, teologo, autore di numerosi studi sul decreto “Inter Mirifica”, attualmente direttore dell'”Asian Research Center for Religion & Social Communication” (Arc) e del dipartimento di comunicazione sociale della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (Fabc).Il Concilio Vaticano II, nell’ambito della comunicazione, rappresenta una pietra miliare. Con il decreto “Inter Mirifica” i mezzi di comunicazione sociale vengono, per la prima volta, presi in considerazione nella storia di un Concilio. Come si è giunti all’approvazione del documento?
“La comunicazione sociale è stata introdotta per la prima volta da un Concilio come risposta a una specifica esigenza da parte della Chiesa. Tuttavia, nel ripercorrere la storia del documento occorre tenere presente una serie di elementi, almeno cinque. Anzitutto, il documento non riguarda solo i mezzi di comunicazione sociale ma abbraccia l’intero ambito della comunicazione sociale intesa come comunicazione della società umana di cui è parte integrante. Purtroppo questo aspetto non è mai stato sufficientemente approfondito e sufficientemente attuato nella vita della Chiesa. Secondo elemento: la bozza originale del documento era composta da 114 paragrafi, ridotti poi a 24 nella sessione conclusiva, costituita principalmente da dichiarazioni di carattere generale e normativo, inclusa la richiesta di un’Istruzione pastorale (‘Communio et Progressio’) che va letta come parte integrante di ‘Inter Mirifica’, da cui essa deriva. Terzo punto: il decreto conciliare fu uno dei primi due documenti pubblicati dal Concilio Vaticano II, pertanto le riflessioni teologiche che seguirono la sua pubblicazione non sono presenti nel documento. Quarto: il testo fece registrare il più alto numero di voti negativi per un documento conciliare. In realtà, molti padri conciliari ritenevano che il decreto fosse ‘inadeguato’ a un Concilio. Questo fu uno dei motivi sottostanti le dure critiche al documento, che rientrarono in una seconda fase. Si riteneva necessaria la pubblicazione di un documento migliore dal punto di vista teologico e della comunicazione. Infine, pare che la stesura sia opera di professionisti della comunicazione della Chiesa e non di autorevoli e rinomati teologi, come avvenne invece nel caso di successivi documenti emanati dal Concilio”. Quali le prospettive aperte dal documento nel rapporto Chiesa-media?
“L”Inter Mirifica’ ha contribuito a creare le basi per un approccio più positivo verso la comunicazione da parte della Chiesa. Il documento afferma due importanti principi sul rapporto tra la Chiesa e i mezzi di comunicazione, ribaditi in altri documenti della Santa Sede: 1. la Chiesa ha il diritto di usare questi mezzi di comunicazione sociale per il suo ministero; 2. la Chiesa deve assicurare l’opportuno utilizzo morale dei mezzi di comunicazione sociale secondo i suoi insegnamenti. Fu papa Giovanni Paolo II a estendere questa interpretazione, soffermandosi sulla ‘nuova cultura’ creata dalla comunicazione moderna, con nuovi modi di comunicare, nuove tecnologie, nuovi atteggiamenti psicologici, e nuovi linguaggi che richiedono il sostegno e l’interessamento della Chiesa (‘Redemptoris Missio’, 37c)”. Una delle indicazioni contenute nel decreto è la celebrazione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Ogni anno, dal 1967, in occasione di quest’appuntamento, i Papi hanno preparato un messaggio sui diversi aspetti della comunicazione. C’è un “filo rosso” che unisce i vari testi?
“Nel corso degli anni i messaggi dei Pontefici per la Giornata mondiale hanno offerto importanti spunti e suggerimenti sulle molteplici dimensioni della comunicazione. Non credo ci sia un ‘filo rosso’ che attraversa questi documenti. Si ritrovano invece affermazioni riguardanti tematiche di specifico interesse. Tuttavia, per quel che mi è dato sapere, questi testi non sono stati ancora analizzati con un approccio sistematico e scientifico, che auspico. Il corpus dei testi fornisce un prezioso contributo sull’approccio delle Chiese verso la comunicazione vista da diverse prospettive”. Dal Concilio a oggi il panorama e la struttura dei mass media sono notevolmente cambiati. Le parole del decreto conciliare sono ancora valide per l’oggi?
“Il valore dei testi contenuti nel documento continua a essere prezioso ancora oggi. Tuttavia, considerando il Concilio Vaticano II nel suo insieme, è necessario che essi siano ‘integrati’ e probabilmente anche ‘re-interpretati’ alla luce di altri documenti conciliari quali, in particolare, ‘Dei Verbum’, ‘Lumen Gentium’ e ‘Gaudium et Spes’, che apportano uno specifico contributo teologico e pastorale al decreto sugli strumenti di comunicazione sociale”.
a cura di Vincenzo Corrado
(07 settembre 2012)