50° CONCILIO

Le ragioni dell’unità

Il card. Kurt Koch: “l’ecumenismo è un elemento essenziale”

Foto SIR

Fedeltà alla tradizione e dinamismo verso il futuro. Su questo binomio e sul delicato equilibrio si gioca oggi il cammino delle Chiese verso la piena e visibile unità. Ne parliamo con il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, al quale il Sir ha chiesto un bilancio “ecumenico” sul cammino fatto dalle Chiese in questi 50 anni dal Concilio Vaticano II, le preoccupazioni e i segni di speranza.

Qual è la sua prima diagnosi sullo stato del cammino ecumenico delle Chiese?
“Il Concilio Vaticano II aveva due obiettivi: il primo il rinnovamento della Chiesa e il secondo lo ristabilimento dell’unità dei cristiani. E dopo 50 anni dobbiamo dire che non abbiamo raggiunto lo scopo dell’unità dei cristiani. Ma bisogna anche subito aggiungere che in questi 50 anni sono cresciute le relazioni fraterne e amichevoli e si è approfondito l’ecumenismo della carità. Ma l’ecumenismo della verità non è ancora arrivato alla fine del suo percorso”.

C’è una cosa – uno stato d’animo, una situazione, un’opinione corrente – che la preoccupa maggiormente?
“Ci sono tre cose. In primo luogo non abbiamo una chiara visione dell’obiettivo dell’ecumenismo. L’obiettivo originario circa la visibile unità della Chiesa nella fede, nei sacramenti, nei ministeri ecclesiali non è più presente, soprattutto nelle Chiese e nelle comunità che sono nate con la Riforma. La visione è cambiata e non si punta all’unità quanto piuttosto al mutuo riconoscimento di tutte le realtà ecclesiali come parte della Chiesa una. Questa è una visione che i cattolici ma anche gli ortodossi non possono accettare: l’obiettivo dell’ecumenismo non può divenire un processo matematico come addizione di tutte le realtà. Dobbiamo, pertanto, assolutamente approfondire lo scopo del movimento ecumenico. Causa di questa realtà è che ogni Chiesa ha la sua visione della Chiesa e dell’unità della Chiesa e in questo senso dobbiamo riprendere la discussione sull’essenza della Chiesa”.

Lei parlava di altre due preoccupazioni. Quali sono?
“Soprattutto nel mondo del protestantesimo, possiamo oggi vedere una forte tendenza alla frammentazione con la creazione di sempre nuove Chiese e questo rappresenta anche per noi una grande sfida ecumenica perché tutte queste nuove Chiese chiedono un dialogo con noi e noi dobbiamo dire che siamo al servizio dell’unità e non al servizio della separazione. In terzo luogo assistiamo a un grande cambiamento nei partner ecumenici: alle Chiese storiche si sono aggiunte le Chiese libere, le Chiese evangeliste e pentecostali. Il pentecostalismo è poi la più grande realtà, numericamente, dopo la Chiesa cattolica, per cui si può parlare di una pentecostalizzazione dell’ecumenismo oggi”.

Ci sono alcuni che invocano – anche per il progresso ecumenico – un Concilio ecumenico Vaticano III e altri che oggi mettono in discussione le “aperture” del Concilio Vaticano II. Siamo di fronte a un’impasse?
“Non abbiamo ancora imparato sufficientemente il Concilio Vaticano II in tutte le sue Costituzioni, Dichiarazioni, Decreti. Il Concilio è una grandissima ricchezza per approfondire la fede. Non penso che abbiamo accolto tutto e soprattutto tradotto nella realtà ecclesiale. Un Concilio ha bisogno di più tempo per arrivare nella realtà della Chiesa e non penso che sia giunto il tempo per un Vaticano III. La situazione è in effetti anche molto confusa tra chi invoca un Concilio e chi invece non accetta quello passato e in questa condizione non è possibile aprire un nuovo Concilio. Penso che il Santo Padre nel suo primo discorso alla Curia Romana il 22 dicembre 2005 ha fatto l’analisi precisa sul problema affermando che abbiamo bisogno di un’ermeneutica della riforma. E riforma vuol dire continuità e discontinuità, fedeltà alla tradizione ma dinamismo nel futuro”.

Prima le ho chiesto la sua preoccupazione. Ora le chiedo dove invece vede segni di speranza?
“Ho speranza perché tutti i Pontefici dopo il Concilio Vaticano II sono assolutamente convinti della necessità dell’ecumenismo soprattutto perché l’ecumenismo non è un elemento arbitrario per la Chiesa ma è un elemento essenziale che corrisponde alla preghiera sacerdotale di Gesù che ‘tutti siano una cosa sola’. Non ci sono dunque alternative all’ecumenismo. Il beato Giovanni Paolo II ha detto nella Lettera enciclica sull’impegno ecumenico ‘Ut unum Sint’ che l’ecumenismo è la via della Chiesa cattolica e non possiamo tornare indietro. Sono poi convinto che l’ecumenismo sia opera dello Spirito Santo e l’opera dello Spirito Santo ha sempre futuro”.

a cura di Maria Chiara Biagioni

(08 settembre 2012)