PREMIO ILARIA ALPI

Pensando agli innocenti

Siria: le testimonianze delle giornaliste Hanadi Zahlout e Yara Bader

Foto SIR

Alla libertà d’informazione, al ricordo di giornalisti che hanno perso la vita mentre stavano raccontando i retroscena dei conflitti dai teatri più sanguinosi del panorama internazionale e alla difficile situazione in Siria è stata dedicata la seconda giornata del Premio "Ilaria Alpi", in corso a Riccione fino a domani. A Hanadi Zahlout e Yara Bader, due voci che hanno continuato a denunciare le lotte e le stragi di civili in Siria, è andato il riconoscimento per la libertà di stampa, che dal 2009 l’Associazione Ilaria Alpi e Unicredit attribuiscono a chi, per il bene della verità, non si ferma di fronte a minacce e violenze. Entrambe le giornaliste hanno conosciuto il carcere e le torture degli uomini di Assad, vittime di accuse confuse. Incolpate da una parte di aver diffuso notizie contro il governo, dall’altra di aver fatto parte di gruppi politici sovversivi. Entrambe sono state rilasciate e non hanno intenzione di tacere.

Più forti della censura. Hanadi Zahlout, che oggi vive in Europa, ha potuto portare la sua testimonianza a Riccione. Per tre volte è stata arrestata dal governo siriano "solo per aver pubblicato sotto pseudonimo – ha spiegato – foto, video e opinioni di persone su Facebook, nulla di più". "Al di là della paura e delle difficoltà vissute in carcere – ha affermato – quello che mi ha dato la forza di resistere e andare avanti è stato pensare agli innocenti, donne e bambini, che andavano aiutati". Sempre più ostica appare la situazione nel Paese, secondo il racconto di Zahlout: "Il governo non è più disposto a una soluzione pacifica e anche i cittadini hanno iniziato a capire che non c’è più speranza. Ma quello che più scoraggia – ha aggiunto la giornalista – è che non stanno arrivando più aiuti dall’esterno". Nel precisare che il conflitto in atto "non è nato come scontro settario, è il governo che ha voluto farlo apparire come tale", la cronista siriana ha lanciato un appello a nome del suo popolo e della sua professione, sempre più a rischio insieme al diritto d’informazione. "Ora tre miei colleghi in carcere rischiano la pena di morte. È un problema – ha concluso Zahlout – che dovrebbe interessare tutto il mondo".

La voce dei blog. Yara Bader, blogger e moglie di un giornalista tuttora agli arresti per la censura, ha deciso invece di rimanere a vivere in Siria. Invitata a Riccione per le giornate del Premio, ha potuto solo rilasciare un’intervista video. "Molti siriani, tra cui moltissimi giovani – ha sottolineato – muoiono mentre cercano di far sapere al mondo quanto succede in questo Paese. Chi ascolta, spesso crede ai nostri racconti. Altre volte invece predomina il sospetto perché ci viene detto che non siamo dei professionisti". Il pensiero di Bader va inevitabilmente ai reporter che nel raccontare il conflitto in Siria hanno trovato la morte: dai francesi Gilles Jacquier e Remi Ochlik alla statunitense Marie Colvin. "Da siriana, confrontando il mio lavoro con quello che hanno fatto questi professionisti – prosegue il messaggio di Bader –, penso di non fare abbastanza". E proprio a Gilles Jacquier, l’inviato 42enne di France 2 ucciso lo scorso gennaio a Homs da una granata, è stato dedicato un omaggio durante la seconda giornata della rassegna riccionese. Si tratta del video realizzato da France 2 per ricordare il suo lavoro. Jacquier aveva vinto l’anno scorso il Premio Alpi nella sezione "miglior reportage internazionale" con un servizio sulla rivoluzione tunisina.

L’odore della guerra libica. Dalla Siria, il racconto delle rivoluzioni del mondo arabo è proseguito al Premio "Ilaria Alpi" con un approfondimento sulla Libia a un anno da quella che è stata una delle più sanguinose tra le rivoluzioni seguite alla Primavera araba. A riaccendere i riflettori sulla guerra civile libica, cominciata ufficialmente con l’insurrezione popolare del 17 febbraio e continuata fino alla cattura e uccisione di Gheddafi dopo la battaglia di Sirte, il 21 ottobre 2011, sono state due mostre fotografiche allestite in questi giorni a Villa Mussolini. "L’odore della guerra" e "La guerra vicina e la guerra lontana" raccontano in trentatré scatti gli otto mesi che hanno cambiato la storia della Libia attraverso l’obiettivo di Fabio Bucciarelli, l’unico fotografo ad aver immortalato il cadavere del dittatore nella casa di un ribelle a Misurata. Il tema ricorre anche in molte inchieste giornalistiche inviate al premio per questa edizione. Tre di queste sono arrivate in finale: "Libia un anno dopo" di Gabriele Del Grande, Alessio Genovese, Manolo Luppichini e Nancy Porsia (Presa diretta Rai3) in gara per il premio della critica; "Il corpo di Gheddafi" di Michele Cagiano De Azevedo (Sky Tg24) e "L’Amazzone di Gheddafi" di Marco Clementi e Enrico Bellano (Tg 1), entrambi nella sezione servizi brevi da Tg. La premiazione dei vincitori della 18ª edizione del Premio avverrà stasera alle 21 al palazzo dei congressi.

a cura di Alessandra Leardini, inviata Sir a Riccione