50° CONCILIO
Mons. Giovanni Nervo, primo presidente di Caritas italiana
Un grande cambiamento di mentalità nell’ambito della carità e del lavoro con i poveri: “Passare dal dare e ricevere al condividere”. Questo è il principale frutto del Concilio Vaticano II secondo mons. Giovanni Nervo, 94 anni, che fu chiamato il 2 luglio 1971, per volere di Paolo VI, a istituire la Caritas italiana, nello spirito del rinnovamento avviato proprio dal Vaticano II. Mons. Nervo ha ricoperto la carica di presidente di Caritas italiana dal 1971 al 1976, quando, a seguito di una modifica dello statuto, la carica di presidente della Caritas è stata assunta da uno dei vescovi vicepresidenti della Cei; mons. Nervo è stato quindi vicepresidente e vi è rimasto fino al 1986. Lo abbiamo intervistato.
Quali ricordi Le sono rimasti più impressi dei giorni del Concilio?
“Io non ho avuto l’occasione e l’opportunità di avere un rapporto diretto con chi ha realizzato il Concilio; l’ho seguito attraverso i mass media e i vari documenti. Mi è rimasta un’idea globale di un grande avvenimento, che ha riscoperto il concetto di Chiesa come popolo di Dio, formato da pastori, religiosi e laici, con eguale dignità, fondata sul battesimo e sull’azione dello Spirito Santo, anche se con funzioni diverse. Quando insegnavo religione in una scuola pubblica mi sentivo ripetere spesso dai ragazzi: ‘Voi Chiesa’. Io dicevo: ‘Tu sei battezzato? Allora sei Chiesa come me’. Il Concilio mi ha aperto questa visione ampia di Chiesa popolo di Dio. Ci ha portati a riscoprire la realtà della Chiesa, al di là dell’istituzione, come mistero e presenza operante di Gesù Cristo e dello Spirito Santo. Una volta mi ha colpito quanto durante il Concilio disse un vescovo africano: ‘Non mi persuade la vostra predicazione: voi parlate troppo di peccato e troppo poco di grazia, troppo di inferno e troppo poco di paradiso, troppo di morte e troppo poco di resurrezione'”.
Cosa ha significato il Vaticano II per la Caritas e per i poveri?
“Possiamo dire che la Caritas italiana è nata dal Concilio. C’era in Italia un grande organismo caritativo, la Pontificia Opera di Assistenza (Poa), promossa e organizzata da un grande apostolo della carità, mons. Ferdinando Baldelli, forse troppo presto dimenticato dalla Chiesa italiana. Aveva articolazioni nelle diocesi (le opere diocesane di assistenza – Oda), era un organismo erogatore di beni e di servizi in un momento di particolare necessità, durante la guerra e nel dopoguerra, con gli aiuti dei cattolici americani. Dipendeva direttamente dalla Santa Sede ed era come lo strumento della carità del Papa per le diocesi italiane. Cambiata la situazione, Paolo VI nel 1970 sciolse la Pontificia Opera di Assistenza e chiese alla Conferenza episcopale italiana di istituire un proprio organismo di promozione e coordinamento delle attività caritative. Nel 1971 la Cei istituì la Caritas italiana, non più come organismo erogatore di beni e di servizi, ma come organo pastorale di promozione e coordinamento. Era una attuazione concreta e fedele del Concilio. Questo collegamento è esplicito nel discorso che Paolo VI fece al primo convegno nazionale delle Caritas diocesane nel settembre del 1972: ‘Non è concepibile che il popolo cristiano possa crescere secondo lo spirito del Concilio Vaticano II se tutti i suoi membri non si fanno carico dei bisogni degli altri membri’. Il Papa richiamava poi il collegamento della carità con la giustizia: ‘La carità è sempre necessaria, come stimolo e completamento della giustizia’. Già nel Decreto sull’apostolato dei laici il Concilio aveva ricordato che non si può dare come beneficenza e carità quello che è dovuto per giustizia”.
Come sono stati recepiti questi temi dalla Chiesa italiana e universale?
“L’indirizzo del Vaticano II sulla carità richiedeva un profondo cambiamento di mentalità: passare dal dare e ricevere al condividere. Ricordo di essere andato una volta da un vescovo, che era incaricato dalla sua Conferenza episcopale regionale di far nascere le Caritas diocesane nella sua Regione. Mi chiese subito: ‘Che cosa ci portate?’. ‘Niente, eccellenza’. ‘E allora perché ci siete?’. Bisognava superare la mentalità della Pontificia Opera di Assistenza, che aveva favorito l’atteggiamento di ricevere e aveva educato poco all’atteggiamento di dare. Di fatto, poi, quel vescovo cooperò benissimo a far sorgere le Caritas diocesane quando comprese il nuovo spirito che doveva animarle. Ci vennero in aiuto le grandi calamità, a cominciare dal terremoto del Friuli, che portò le varie diocesi a condividere i problemi e le sofferenze delle parrocchie colpite dal terremoto. Mano mano si formarono le Caritas diocesane e poi, più lentamente, le Caritas parrocchiali. Nel venticinquesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II la Conferenza episcopale italiana illustrò il cammino fatto dalla Chiesa italiana e le future prospettive nel documento: ‘Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per gli anni Novanta’. Per la verità la Chiesa italiana, dopo il Concilio, aveva molte volte fatto riferimento alla carità e in un certo senso aveva lasciato alla Caritas italiana, suo organismo pastorale, il compito di approfondirne i vari aspetti. In questo documento è la stessa Conferenza episcopale che elabora e presenta gli Orientamenti pastorali sui quali indirizza il cammino della Chiesa italiana”.
Quale lezione cogliere – in questo senso – per la Chiesa di oggi e del futuro?
“La lezione più importante da cogliere anche per il futuro è contenuta, a mio avviso, nell’introduzione della Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’: ‘Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia’”.a cura di Patrizia Caiffa(11 settembre 2012)