APERTURA DEL CONCILIO

Un mese prima

L’11 settembre 1962 radiomessaggio di Giovanni XXIII

Foto SIR

"La grande aspettazione del Concilio ecumenico, ad un mese di distanza dal suo inizio ufficiale, splende negli occhi e nei cuori di tutti i figli della Chiesa cattolica, santa e benedetta". È l’inizio del radiomessaggio che Giovanni XXIII rivolge ai fedeli di tutto il mondo l’11 settembre del 1962, quando appunto manca un mese esatto all’apertura della grande assemblea. È un messaggio di gioia e insieme di speranza tipicamente giovannee, diffuso sulle onde medie e corte della Radio Vaticana, nel quale il Pontefice applica alla Chiesa, proprio nel momento in cui è convocata in Concilio, l’acclamazione che la liturgia del Sabato santo rivolge al cero riacceso, simbolo di Cristo risorto. "Ci torna qui opportuno e felice – osserva papa Giovanni – un richiamo al simbolismo del cero pasquale. Ad un tocco della liturgia, ecco risuona il suo nome: Lumen Christi. La Chiesa di Gesù da tutti i punti della Terra risponde: Deo gratias, Deo gratias, come a dire: sì: lumen Christi, lumen Ecclesiae, lumen gentium". Sono le espressioni alle quali si ispirerà poi il Concilio e da cui trarrà nome uno dei documenti più importanti promulgati dall’assemblea, la costituzione dogmatica Lumen gentium. Prosegue ancora papa Giovanni: "Che è mai infatti un Concilio ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro del volto di Gesù risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la Chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane?".

Da questa domanda sorge la constatazione che il mondo ha bisogno di Cristo ed è "la Chiesa che deve portare Cristo al mondo" mediante un rinnovamento dell’evangelizzazione. L’interesse per l’umanità fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa, che pertanto deve farsi carico dei travagli e dei problemi per i quali il mondo cerca, "talora con angoscia", una soluzione. Oltre al tema prediletto della pace, Giovanni XXIII elenca una serie di altri temi: "L’eguaglianza fondamentale di tutti i popoli nell’esercizio di diritti e doveri al cospetto della intera famiglia delle genti; la strenua difesa del carattere sacro del matrimonio, che impone agli sposi amore consapevole e generoso…". E che dire – si chiedeva già allora papa Giovanni – "dei rapporti tra Chiesa e società civile? Viviamo in faccia ad un mondo politico nuovo. Uno dei diritti fondamentali cui la Chiesa non può rinunciare è quello della libertà religiosa, che non è soltanto libertà di culto. Questa libertà la Chiesa rivendica e insegna, e per essa continua a soffrire in molti Paesi pene angosciose. La Chiesa non può rinunciare a questa libertà, perché è connaturata con il servizio che essa è tenuta a compiere". E ancora, sulla missione della Chiesa: "Di fronte ai Paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri".

La speranza, anche nell’ansiosa aspirazione del "ricongiungimento nelle braccia della comune e santa mater Ecclesia", viene dall’evento ecumenico ormai prossimo. "Il Concilio – auspica il Papa – vorrà esaltare, in forme più sacre e solenni, le applicazioni più profonde della fraternità e dell’amore, che sono esigenze naturali dell’uomo". Ai fedeli di ogni rito e di ogni lingua Giovanni XXIII si rivolge in conclusione con la preghiera della domenica XII dopo la Pentecoste. "Non si potrebbero cogliere espressioni più felici e rispondenti in più magnifico accordo di preparazione individuale e collettiva e di supplicazione per il successo del Concilio ecumenico. Vogliamo tutti e da tutto il mondo ripeterle e farle ripetere con insistenza in queste settimane dall’11 settembre all’11ottobre, giorno di apertura della grande assemblea conciliare. Queste voci sembrano venire dal Cielo. Esse danno l’intonazione al canto corale del Papa e dei Vescovi, del clero e del popolo. Un cantico solo si eleva possente, armonioso, penetrante: Lumen Christi, Deo gratias".

(11 settembre 2012)