FAIDA A SCAMPIA
Deve resistere alla violenza ma va sostenuta di più nella difficile lotta
È di nuovo tempo di faide a Scampia, periferia di Napoli tristemente nota per la presenza pervasiva della camorra, gli omicidi, lo spaccio di droga a cielo aperto? Sembrerebbe, purtroppo, di sì. Nella notte tra sabato 8 e domenica 9 è stato ucciso Raffaele Abete, di 42 anni, in un agguato. Abete è stato raggiunto dai sicari all’uscita di un bar e colpito tre volte alla testa. Il pregiudicato era fratello del boss detenuto Arcangelo Abete, capo dell’omonimo clan. La vittima dell’agguato aveva precedenti penali per associazione per delinquere e rapina. L’uccisione di Abete sarebbe la risposta all’omicidio di Gaetano Marino, ammazzato a Terracina il 23 agosto scorso mentre era in vacanza. Anche Marino era fratello di un boss detenuto, Gennaro. La nuova faida nasce all’interno degli scissionisti, il clan rivale dei Di Lauro, con il quale sono stati protagonisti della violenta e sanguinosa faida del 2004-2005. Gli scissionisti infatti si sono a loro volta divisi: è sorto così un nuovo ramo di criminali, i cosiddetti "girati" o "Vanella Grassi", dal nome della stradina di Secondigliano dove abitano. Adesso girati e scissionisti si combattono per il mercato, molto florido, dello spaccio della droga. Anche il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, raggiunto dalla notizia a Sarajevo, mentre partecipava al meeting delle religioni per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ha commentato che la camorra "è un tumore. È come quegli animali a cui tagli la testa e poi ne nascono due". Intanto, domani (13 settembre), si terrà il Comitato nazionale dell’ordine e della sicurezza, nel quale si parlerà anche della faida di Scampia.
Molta preoccupazione. "Segnali preoccupanti sulla situazione di Scampia erano venuti già durante l’estate dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico", racconta Geppino Fiorenza, referente regionale di Libera per la Campania. "La recrudescenza attuale – prosegue – va anche letta alla luce della guerra senza sosta che le forze dell’ordine stanno portando avanti nel territorio, sgominando le piazze di spaccio e attaccando tutte le attività criminali". È evidente, secondo Fiorenza, che "siamo di fronte a un riposizionamento di clan per il controllo del territorio, con significativi conflitti anche nelle zone limitrofe, come Melito. Non nascondiamo la nostra preoccupazione anche per i nostri presidi in zone e per le associazioni anticamorra attive sul territorio, che invitiamo alla massima vigilanza, unitamente all’osservatorio, presieduto dall’ex procuratore della Repubblica, Giandomenico Lepore, cui partecipa pure don Tonino Palmese (altro referente di Libera per la Campania, ndr). Pensiamo che abbia ragione il sindaco di Napoli a chiedere il rafforzamento dei presidi di Polizia". In realtà, osserva Fiorenza, "i clan vanno certo combattuti con la forza dello Stato, così come vanno contrastate complicità e collusioni. Ma se non si pone mano radicalmente a una riqualificazione sociale e alla creazione di opportunità alternative per i giovani, specialmente in tempi di crisi, non si va da nessuna parte".
La frustrazione degli abitanti. "La frustrazione della gente buona di Scampia è oltre la sopportazione", denuncia don Tonino Palmese. "Molti si chiedono cosa deve fare la gente onesta di Scampia? Deve restare onesta – sostiene il sacerdote -. Ma tutto ciò non basta, altrimenti la guerra sarebbe terminata". Per don Palmese, "a Scampia manca il dovere dello Stato: lavoro, strutture dignitose e il convincimento che il bottino della camorra potrebbe trasformare l’intera regione nel posto più bello del mondo. Bisogna rincorrere il malaffare con la stessa forza di come s’inseguono gli evasori fiscali. Il resto è morte".
Combattere la droga. Per il sociologo gesuita napoletano padre Domenico Pizzuti, "oltre che criminale per la repressione dei reati e illegalità dei gruppi della criminalità organizzata, il problema è sociale, di prevenzione dell’uso degli stupefacenti, cioè di influire sulle cause della nuova guerra: il consumo e il traffico della droga". L’omicidio di Raffaele Abete "rinfocola nei cittadini l’allarme sociale per una ripresa della faida sanguinosa all’interno del gruppo degli scissionisti". La spietata esecuzione mette in luce "un commercio non tanto oscuro di armi di vario tipo e soprattutto l’addestramento all’uso di esse da parte degli affiliati in sotterranei o luoghi aperti non frequentati". Non solo: "All’interno di questi gruppi criminali si sviluppa una socializzazione esplicita e implicita dei familiari e degli affiliati al superamento delle contese con l’eliminazione fisica dell’avversario e quindi una riproduzione preoccupante di questo modello anche nel ventunesimo secolo a pochi passi dalle nostre case. È chiaro che la posta in gioco dell’occupazione delle piazze di smercio della droga è altissimo per la lucrosità dei proventi, che hanno la prevalenza sulla vita delle persone che possono essere facilmente eliminate". Da combattere allora è innanzitutto "il mercato della droga cui accedono appartenenti a tutte le classi sociali non solo della città e regione. Il risultato visibile sono i numerosi ‘morti viventi’ che giorno e notte accorrono a frotte sotto i nostri occhi verso i luoghi tristi di assunzione della droga".