UNIONE EUROPEA

Un mercoledì da leoni?

Oggi voto olandese, sentenza di Karlsruhe e ”stato dell’Unione”

La crisi del debito sovrano, i conti in rosso della Grecia (con costi che ricadono anche sul bilancio olandese), gli immigrati islamici e quelli polacchi, la possibile adesione all’Ue della Turchia, l’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen… C’è solo l’imbarazzo della scelta per quegli elettori dei Paesi Bassi che, dichiarandosi euroscettici, volessero oggi, al voto legislativo anticipato, trovare ragioni per esprimersi contro l’Europa e la "sua" moneta unica. Il ricorso alle urne dopo la caduta del governo di centrodestra del premier Mark Rutte, a molti commentatori, e a una buona parte dei cittadini, è apparso come una sorta di referendum sull’euro, o addirittura sull’integrazione comunitaria, e per questo ha richiamato alla mente il voto popolare del 2005 con il quale gli stessi olandesi, assieme ai francesi, seppellirono definitivamente la Costituzione europea.
Nonostante questo, però, alcuni recenti sondaggi hanno lasciato sperare in un discreto risultato dei liberali dello stesso Rutte, dei laburisti e di altre forze minori, che, insieme, potrebbero dar vita a un esecutivo di unità nazionale, filoeuropeo, escludendo dalle "stanze dei bottoni" il nazionalista e xenofobo Pvv di Geert Wilders, fino a ieri alleato di governo dei liberali.
Del resto rispetto al 2005 gli scenari sono differenti: l’economia è in parabola recessiva (anche nella ricca Olanda), l’Ue non è certo nel momento magico dell’allargamento e della fase costituente, e i mercati mondiali hanno gli occhi puntati su qualche possibile passo falso di Bruxelles e di Francoforte. Frattanto nelle opinioni pubbliche aleggiano populismi e particolarismi che spesso si riflettono nei governi dei singoli Stati, quando non ne sono all’origine.
Ma l’esito del voto di Amsterdam non è l’unico appuntamento, e nemmeno l’unico interrogativo, di questo mercoledì 12 settembre che, non a caso, nei palazzi comunitari è stato ribattezzato come "supermercoledì" oppure, con citazione cinematografica, "un mercoledì da leoni". Infatti a Karlsruhe l’Alta Corte tedesca si esprime sulla compatibilità del fondo salva-Stati europeo (Esm) con l’ordinamento giuridico interno. Uno stop dei giudici costituzionali – che in pochi prevedono, ma molti temono – di fatto bloccherebbe il varo dell’atteso strumento pensato per dare solidità alla moneta unica e per contrastare gli intenti speculativi contro i titoli dei singoli Paesi dell’eurozona. 
Infine a Strasburgo il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, presenterà lo "stato dell’Unione", mediante il quale indicherà a che punto si trova l’integrazione fra i 27, ne metterà in risalto gli ostacoli e i "nemici" (fra cui alcuni atteggiamenti anti-europei degli Stati aderenti), e infine indicherà la strada per superare tali impedimenti e resistenze. Troverà nell’emiciclo dell’Europarlamento un buon alleato, specie quando metterà sul tavolo i progetti e i tempi per giungere alla "unione bancaria", primo di una serie di passi operativi che dovranno proseguire – questo almeno l’intento di Barroso – con l’unione fiscale (o di bilancio) e, soprattutto, l’unione economica e politica (governance).
È chiaro che è un frangente più che mai decisivo per l’Europa. Le forze disgregatrici cavalcano le proteste alimentate dagli effetti sociali della crisi. Anche per questo la proposta del premier italiano Mario Monti di dar vita a una sorta di vertice straordinario per mettere a fuoco il problema-populismo (indicato all’attenzione internazionale oltre un anno fa dai vescovi europei della Comece) sta suscitando interesse e risposte favorevoli. Non si tratta certo di rispondere a disagi reali e a un sentire popolare semplicemente con un summit tra capi di Stato; piuttosto si evidenzia una consapevolezza del fenomeno che, per essere contenuto e poi superato, richiede unicamente risposte politiche, efficaci e costruttive, da parte degli stessi leader nazionali e dell’Ue nel suo insieme.