DONAZIONI AL NON PROFIT

Come reagire al calo?

Stefano Zamagni: due risposte alla contrazione dovuta alla crisi

Una contrazione che "non deve sorprendere" e la cui causa è "la crisi". L’economista Stefano Zamagni, esperto di terzo settore e già presidente dell’Agenzia per le Onlus, intervistato da Francesco Rossi, per il Sir, ritorna sui dati diffusi ieri dall’Istituto italiano per la donazione, secondo cui il 2011 è stato "l’anno nero della raccolta fondi". I dati, raccolti su un campione di 180 organizzazioni non profit rappresentativo dell’intero terzo settore italiano, registrano "un calo molto significativo delle raccolte fondi da privati (cittadini e imprese): solo il 24% ha aumentato la propria raccolta fondi nel 2011 rispetto al 2010, contro un 39% che non ha avvertito nessun cambiamento sostanziale e un 37% che dichiara di averla diminuita". Un anno fa, invece, erano il 41% le organizzazioni che avevano registrato un incremento. Cittadini e aziende si confermano la fonte d’entrata prevalente, ma i primi, "pur essendo indicati dal 50% del campione come la fonte d’entrata dalla quale si è raccolto di più, perdono 11 punti percentuali rispetto all’indagine condotta a inizio anno". Peggio vanno le aziende, "indicate dal 37% come le meno generose, con un incremento di 16 punti percentuali".

Professor Zamagni, cosa ne pensa di queste percentuali?
"Il dato non deve sorprendere: lo stesso trend si è verificato anche negli Stati Uniti d’America, che è il Paese tradizionalmente più aperto sul fronte delle donazioni alle organizzazioni non profit. La spiegazione è legata alla crisi: quando si riducono i redditi familiari medi è ovvio che, se si taglia tutta una serie di costi, anche la donazione ne risente. C’è stata sia una diminuzione del numero assoluto dei donatori, sia una riduzione dell’ammontare dell’importo elargito da parte di quanti hanno continuato a donare. Questo dato, di per sé fisiologico, deve però far riflettere: in una fase nella quale c’è molto più bisogno delle organizzazioni non profit queste hanno minori disponibilità economiche e, quindi, più ridotti spazi d’azione".

Non bastano, quindi, le elargizioni volontarie?
"Finora il non profit ha potuto ottenere risorse quando ce n’era meno bisogno, nei periodi di ‘vacche grasse’. Quando le cose vanno bene è ovvio che aumentano le donazioni, come pure la disponibilità degli enti pubblici ad allocare risorse. Siamo di fronte a un paradosso che c’impone di ripensare i meccanismi del finanziamento".

Come fare?
"Bisogna che il mondo del non profit sciolga il nodo, attrezzandosi per arrivare a definire strumenti finanziari adeguati alle caratteristiche di questi soggetti. In primo luogo bisogna consentire loro di emettere obbligazioni sociali, di solidarietà, strumento che ancora in Italia non è ammesso. Secondo, bisogna andare verso la creazione di un mercato sociale dei capitali: non è possibile che solo le imprese ‘profit’ possano finanziarsi alla borsa. Questo significa tarpare le ali a quei soggetti che maggiormente potrebbero fare del bene quando è più necessario. Basterebbe poco per intraprendere questa strada, ma ci vuole la volontà politica".

E il 5 per mille?
"È uno strumento che va nella direzione del consentire un finanziamento al non profit. Ma è ancora un provvedimento annuale, non è stato messo a regime e quindi le organizzazioni non possono permettersi una programmazione avendo come base certa questa risorsa".

Oltre alla crisi, ci sono altre cause che "minano" il finanziamento del non profit?
"Sì, c’è una competizione tra ‘profit’ e ‘non profit’, dove le imprese ‘profit’ stanno internalizzando funzioni proprie del non profit, promettendo di utilizzare in maniera più efficiente le risorse che arrivano. Pensiamo a grandi gruppi bancari, come pure a grosse imprese che hanno sviluppato un sistema di welfare aziendale, ad esempio attraverso la responsabilità sociale. Sono imprese capitalistiche che, già da anni, si fanno carico dei bisogni dei territori cui insistono, mostrandosi come alternativa al mondo del non profit".