SOCIETÀ E POLITICA
Antonio Maria Baggio (politologo): occorre l’impegno di tutti per superare l’emergenza
"Lo stallo dei partiti. La politica dei tecnici. E i cittadini?". Se ne è parlato anche ieri in uno dei più affollati laboratori tematici che hanno accompagnato i circa 3.000 visitatori a LoppianoLab, la manifestazione promossa dal Movimento dei Focolari dal 20 al 23 settembre nella cittadella "focolarina" a pochi chilometri da Firenze. A margine dell’incontro, Maria Chiara Biagioni per il Sir ha chiesto al politologo Antonio Maria Baggio, docente straordinario di filosofia politica all’Istituto Universitario "Sophia", una sua analisi sulla situazione politica attuale e la possibile via di uscita da intraprendere.
Oltre allo stallo della politica, anche gli scandali e gli sprechi. A che punto siamo arrivati?
"C’è una situazione generalizzata che abbiamo ereditato non da alcuni mesi, ma da decenni. Abbiamo cioè un ceto politico che in questi anni è riuscito a ipergarantirsi. Si è distaccato dalla popolazione assicurandosi appannaggi sproporzionati al ruolo che dovrebbe svolgere. E attraverso la legge elettorale, non sul piano regionale ma su quello nazionale, si è reso completamente autonomo. In sintesi ci troviamo una classe politica che anziché essere strumento per risolvere i problemi che la società non può risolvere da sola perché sono problemi condivisi e di bene comune, è diventata essa stessa un problema. Un certo tasso fisiologico di immoralità e di spreco c’è sempre in politica. Però finché la politica è trainante ed è capace di progettare, il tasso di spreco e parassitismo viene controllato, e se emerge, emerge nei casi singoli. Quello che è scoppiato adesso in Italia, rivela una situazione che è critica sotto due aspetti: il primo è l’inefficacia, l’incapacità cioè a svolgere il proprio mestiere, alcuni addirittura parlano dell’inutilità della politica. Il secondo aspetto critico è la crisi economica per cui gli sprechi fanno ancor più ribellare".
Questa l’analisi. Da dove si può ripartire?
"Ci vuole una rifondazione di tipo radicale perché siamo in una fase di emergenza. Il cambiamento deve ripartire da un dialogo serrato tra le forze sociali organizzate e i gruppi di politici che sono già in politica. Ci vuole una pressione sociale tale che con creatività riesca a tirare fuori dalle forze politiche quegli elementi che sono in grado di proporre dei progetti. Se noi abbiamo avuto lo spazio e il tempo del governo Monti è perché le forze politiche si potessero organizzare per presentare programmi che avessero una visione dell’Italia. Una visione che stenta ancor ad emergere ma che dobbiamo assolutamente elaborare. Abbiamo già perso troppo tempo".
In che modo?
"Penso alla società organizzata, alle associazioni professionali, a Confidustria, sindacati, all’associazionismo forte e competente: tutti devono cominciare a creare pressioni perché le forze politiche presentino dei programmi. Non abbiamo bisogno di nuovi partiti. Dobbiamo piuttosto lavorare con i partiti esistenti. Qual è la scommessa? La scommessa si gioca su quella massa di italiani che in questo momento sta protestando. La protesta è positiva perché vuol dire che c’è una parte di italiani che si indigna, che non è né astensionista né indecisa. È gente recuperabile ad un discorso politico. Se però perdiamo questa occasione, ci ritroveremo alla prossima volta, con un 50% di italiani che non andrà a votare".
Dunque nello stallo, c’è spazio per la società civile?
"È la società che deve manifestarsi, farsi avanti. Penso alle organizzazioni di categoria, ai sindacati, alle associazioni. Se le forze della società civile riescono a spingersi fuori dal particolarismo e cominciano a lavorare insieme e a dialogare con i politici, si possono prendere di petto con i partiti esistenti le loro esigenze e stringere veri e propri patti politici, trasparenti, democratici, etici, per costruire dei programmi per l’Italia che vogliamo per i prossimi 20 anni. Scommettere quindi sul nostro futuro e non sulla nostra disfatta".
È la forza del mettersi in rete?
"La grande sfida è che nella società devono rimanere dei centri di pensiero politico: è dentro la società che dobbiamo mantenere la capacità di ragionare politicamente per poter interloquire con le istituzioni e con i partiti. È un lavoro da fare. E se si vota in primavera, non c’è molto tempo. È un processo da avviare subito".