NORD ITALIA ED EUROPA
Non è ora di vedere il Mezzogiorno come una risorsa e non come una problema?
C’è una cosa che indispettisce oltremodo quando si legge d’investimenti comunitari per aree depresse in qualche Paese slavo, di multinazionali che aprono i battenti in lande desolate dei Balcani, d’imprenditori che preferiscono produrre a 10 mila chilometri di distanza piuttosto che a Isernia. Appunto: il nostro Sud è un buco nero dimenticato. Scavalcato dal relativo benessere del Paese-Italia, quando alcune Province insulari sono tra le più povere d’Europa; ignorato dagli investitori istituzionali ed esteri; storicamente tacitato dalla politica tricolore con piogge di "pìccioli" (come i siciliani chiamano i soldi) in cambio di appoggi elettorali e della tranquillità sociale. Ma si sa che nessun terreno offre frutto se non viene coltivato: può pioverci tutto il denaro possibile, e non crescerà una cipolla.
Le statistiche dicono che i numeri brutti dell’Italia (sono tra i più brutti del mondo occidentale) diventano orrendi da Roma in giù. Che la Basilicata ha il triste record nazionale di crollo dei consumi; che le chiusure di negozi proseguono indisturbate da nuove aperture. La disoccupazione – che nel Veneto è definita "preoccupante" quando supera il 7-8% – nel nostro Mezzogiorno è semplicemente disperata, e i numeri non sono i peggiori d’Europa solo perché il grosso dell’esercito di chi non lavora, ma non si iscrive alle liste di disoccupazione, sta proprio qui.
Ma dove si vuol trovare lavoro, se in tutta la Basilicata ci sono meno aziende che in una qualsiasi cintura urbana di una città di medie dimensioni del Nord? Dove sono i distretti industriali in Calabria? Dove in una Sardegna che sta perdendo pure il poco che ha?
Inutile qui rivangare colpe e torti, disattenzioni e ruberie, sprechi e sciatterie. Sarebbe tempo perso, quanto ne ha perso un Mezzogiorno che si ritrova improvvisamente proiettato in quegli anni Cinquanta quando i pugliesi "fecero" Milano e i calabresi Torino. L’emigrazione, lo svuotamento demografico non è una soluzione ma solo eutanasia.
Quindi, che fare? Ha senso ragionare sul distacco dei destini del Nord da quelli del Sud, insomma sulla disgregazione di un’Unità nazionale che ha appena compiuto 150 anni?
Ha senso nell’ottica dell’ognun per sé e Dio per tutti. Si dovrebbe interrogare gli italiani se si sentano anzitutto italiani, perché sarebbe il primo caso di disgregazione nazionale per puri motivi economici.
Non vogliamo nemmeno addentrarci nell’assurdità che una Barilla si trovi d’un colpo con stabilimenti nazionali e altri "all’estero". Appunto manca il senso economico, se è quello il motivo principale di una dis-unità. Guardiamo il lato rovescio della medaglia: il mercato nazionale si disintegrerebbe, le aziende che vendono soprattutto in Italia ne soffrirebbero mortalmente. E un Mezzogiorno fuori dall’Italia e magari fuori dall’euro diventerebbe una Cina dove il costo del lavoro sarebbe metà di quello di Firenze, con la possibilità di farne di tutti i colori con la nuova moneta: automaticamente migliaia di aziende del Nord si trasferirebbero sotto il Liri-Garigliano: chi, alla lunga, perderebbe di più?
Ma lasciamo stare queste e altre patologie che tale scelta comporterebbe all’economia nazionale. Perché non cominciamo a vedere nel Mezzogiorno una risorsa e non solo un problema? La malavita? Non ingigantiamo una questione che è gravissima solo in Calabria e nell’hinterland napoletano. Quando lo Stato vuole, sa spazzare via qualsiasi mafia; e nuove occasioni di lavoro sarebbero un toccasana per quei giovani destinati a ingrossare le fila delle camorre locali.
Soprattutto: bisogna rendere le Regioni meridionali attrattive per gli investimenti. Non è possibile che il Nord produttivo delocalizzi all’Est europeo o, peggio, in quello asiatico piuttosto che in Abruzzo o in Sardegna. Ma la Sardegna ridiventa attraente nel momento in cui diventa terreno fertile per fare impresa.
Belle parole, si dirà. Oddio, se si sono creati distretti industriali nelle lande dell’est europeo, possiamo pensare di fare altrettanto pure a Benevento o Cosenza. Se vento e sole sono la materia prima indispensabile per le energie alternative, sarà mai possibile sfruttare con intelligenza l’eolico e il solare laddove ce n’è molto, cioè appunto nel Mezzogiorno? E per "intelligenza" intendiamo la creazione di una filiera industriale che integri la produzione di pannelli e di pale eoliche, dell’indotto relativo; la disponibilità di abbondante energia elettrica per le aziende "energivore" che qui intendano lavorare.
Il Meridione poi non è solo l’ultimo lembo meridionale dell’Europa, ma anche la prima parte del continente con cui le merci asiatiche arrivano a contatto. Ci sono enormi progetti d’investimenti sul porto di Taranto, frenati da una ridicola burocrazia, dalla mancanza di qualche chilometro di linee ferroviarie e da tunnel inadeguati lungo la dorsale adriatica. Il più grande porto "scambiatore" lo abbiamo in Calabria, ma dietro ad esso non è mai sorta alcuna impresa per "spacchettare" o lavorare quanto arriva lì. Per non parlare dei gassificatori – preziosi come il sangue per l’Italia – uno in progetto a Porto Empedocle e un altro tramontato a Brindisi.
La Basilicata è la Regione continentale più ricca di petrolio, il Governo vorrebbe assolutamente incrementare l’estrazione ma le resistenze locali sono decisive. E tacciamo di un agroalimentare che meno strutturato di così si muore, e di un turismo che fa meno addetti del comprensorio riminese.
Aggiungiamoci politiche incentivanti a livello contrattuale e contributivo, a costo di riesumare quelle "gabbie contrattuali" che non piacciono a livello di princìpi, ma sono sempre meglio della disoccupazione più nera.
Insomma, la sfida della ripresa italiana passa anche dall’ex Regno delle Due Sicilie. Sia in senso positivo sia negativo: se il Sud non decollerà, trascinerà con sé l’intero Paese indietro nel tempo. Al non felicissimo Dopoguerra.