PSICOLOGIA DI COMUNITÀ
Come le persone con difficoltà possono dare voce ai loro bisogni?
"Rilanciare i legami sociali, attivare partecipazione, promuovere cambiamento". Questo il tema del 9° Convegno nazionale della Società italiana di psicologia di comunità (Sipco), in corso all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano (27-29 settembre, www.milanosipco2012.com). Volontariato, cittadinanza, disagio psico-sociale, famiglia, minoranze, integrazione e coesione sociale sono al centro di tavole rotonde e simposi, secondo il principio della psicologia di comunità: "costruire processi di partecipazione" all’interno delle comunità per "produrre cambiamento".
L’altro come risorsa. Coesione, inclusione, integrazione, sono le parole chiave della psicologia di comunità. "Parole spesso abusate – ammette al Sir Bruna Zani, presidente Sipco – il cui autentico significato va approfondito: che gli altri debbano fare quello che faccio io, questa non è integrazione". Il ruolo dello psicologo di comunità è allora quello di "rilanciare i legami – precisa Zani – sia all’interno di piccoli gruppi, come la famiglia o gli amici, sia a livello interpersonale, intervenendo nei rapporti tra persone che appartengono a culture diverse o a generazioni diverse". L’intento, a livello sociale, è quello di "attivare la partecipazione, cioè lasciare che siano le persone, nella loro comunità, a dar voce ai loro bisogni. Come? Partecipando, affinché aumenti il benessere". Fine ultimo perseguito dallo psicologo di comunità, e "obbiettivo centrale" degli interventi, è "produrre cambiamento", perché, spiega Zani, "la partecipazione attiva a problemi che ci riguardano direttamente, come quelli del nostro quartiere, in cui si trova qualcuno con cui condividere la questione e ci si attiva insieme per risolverla, è il modello da cui partire per risolvere questioni di carattere globale". "Cominciare a capire che non siamo soli – continua – e che il prossimo può essere una risorsa, questa è partecipazione".
Partecipazione, a diversi livelli. Ma come creare un orizzonte comune partendo dalle diversità? Ne ha parlato Maritza Montero, della Venezuela Central University, che nel suo intervento ha ricordato l’importanza di considerare la comunità come "qualcosa in perpetuo movimento, senza mura, con continue diaspore, fuori e dentro": al suo interno "c’è sempre una punta di freccia che si lancia per il benessere di tutta la comunità, anche per quelle persone che sembrano indifferenti, ma non lo sono". "Perché la comunità – ha aggiunto – è composta da diversi soggetti, ognuno impegnato a diversi livelli nella partecipazione; è impossibile coinvolgere tutti allo stesso modo su una stessa questione, ma – precisa – è possibile far entrare in relazione soggetti e agenti esterni su determinate questioni, anche solo tramite l’informazione. Anche questo è partecipare".
Empowerment e conoscenza. Nel corso della prima giornata sono stati presentati alcuni studi e "buone pratiche" realizzate da ricercatori psicologi in diversi ambiti comunitari. Uno studio condotto da Sandra Carpi Lapi, dell’Università di Firenze, ha coinvolto circa 300 cittadini sulla "Percezione dei migranti: qualità dell’informazione e atteggiamenti". Dai dati raccolti, è emersa "una scarsa accuratezza delle informazioni", per quanto riguarda il contributo della migrazione alla ricchezza del Paese, il grado d’istruzione dei migranti (in gran parte in possesso di laurea) e la religione di appartenenza (maggioranza di cristiani). Lo studio ha dimostrato che "l’atteggiamento favorevole" nei confronti dei migranti "mostra una correlazione positiva con la qualità delle informazioni possedute". Laura Patti, dell’Università Cattolica di Milano, ha invece illustrato uno studio condotto in un centro per rifugiati a Siviglia, Spagna. Gli esiti della ricerca hanno dimostrato che "l’attivazione di processi di empowerment", cioè di pratiche che mirino al raggiungimento del senso di padronanza e di stima di sé da parte del soggetto, in relazione alle opportunità offerte dall’ambiente, possa "facilitare l’integrazione psico-sociale dei rifugiati nella comunità", e quindi "lo sviluppo di una cittadinanza attiva".
a cura di Marta fallani, inviata Sir a Milano