CON IL SUD

Nella lotta per la legalità

Torino: pensieri ed esperienze sui beni confiscati alla mafia

"Unire il cuore con la testa e l’economia con la socialità: non è facile, ma neanche impossibile". Ne è convinta Valentina Fiore, direttrice del Consorzio Libera Terra Mediterranea, che riunisce cooperative impegnate nella gestione dei beni confiscati. Di terre, e cemento strappato ai mafiosi per essere restituito alla comunità, si parla a lungo nel capoluogo piemontese, dove è in corso "A Torino con il Sud", la manifestazione promossa dalla fondazione "Con il Sud" che coinvolge il mondo del terzo settore in un "dialogo di confronto, testimonianze ed esperienze".

Al di là della geografia. In Italia, spiega Davide Pati, responsabile di "Libera" per i beni confiscati, "gli immobili confiscati alla mafia sono 10.774, di cui 3.571 ancora in gestione all’Agenzia nazionale, bloccati soprattutto dalla presenza di ipoteche bancarie. Su 1.636 aziende confiscate, solo 34 sono ancora in vita. E la regione Lombardia possiede più beni confiscati di molte regioni del Sud: a proposito di aziende confiscate, è al terzo posto nel Paese, superando anche la Calabria". Le mafie sono "una questione nazionale, presenti non solo nelle regioni tradizionali di origine, ma al nord con l’edilizia, il trasporto e i contatti con la pubblica amministrazione" secondo Alberto Perduca, procuratore aggiunto al Tribunale di Torino. Serve, pertanto, "un uso adeguato degli strumenti giuridici di cui disponiamo affinché i beni posizionali, prodotto di attività criminale, diventino bene comune per l’utilità di tutti".

Risposte concrete e complete. Della legge Rognoni-La Torre, che trent’anni fa si è imposta come la prima normativa antimafia, ha parlato Franco La Torre: "In quegli anni per i mafiosi andare in carcere era un onore, e da allora sono stati fatti straordinari passi in avanti. La questione meridionale però – ammonisce – è uscita dal libro delle priorità della nostra classe dirigente, e i risultati sono quelli che vediamo: un Mezzogiorno abbandonato a se stesso". A maggior ragione in quest’ottica il bene confiscato "è un’opportunità per il territorio", spiega ancora Valentina Fiore: "Usiamo il metodo biologico perché quelle terre non sono nostre ma di tutti, e non vanno depauperate. La mafia dà al territorio risposte concrete, ma non complete. È organizzata, quindi deve esserlo anche l’antimafia. Il 30% dei nostri lavoratori è svantaggiato – racconta -, l’anno scorso abbiamo fatturato 5 milioni di euro, e dei 6.000 volontari che ogni estate lavorano le nostre terre 5.000 sono studenti. Ci chiedono se abbiamo paura che qualcuno dia fuoco alle nostre terre: ma come possiamo avere paura, rispondiamo noi, se vediamo nei campi una sterminata distesa di giovani magliette "Libera" che sudano sulle terre che una volta appartenevano ai boss?".

Il volto della speranza. "Il fatto che i simboli del loro potere vadano alla collettività manda letteralmente in bestia i mafiosi", racconta don Luigi Ciotti, presidente di "Libera": "Un milione di italiani ha firmato l’uso sociale di questi beni, che noi siamo tendenzialmente contrari a vendere, proprio perché la gente possa vedere ciò che gli era stato sottratto con la violenza è di nuovo a disposizione. E poi perché in questi anni abbiamo visto cooperative fatte ad hoc dai mafiosi e amministratori conniventi". Secondo don Ciotti "servono parametri di sicurezza" e "il miglior codice antimafia rimane la Costituzione" e occorre "una battaglia perché vengano confiscati beni anche ai corrotti. La speranza oggi ha il vostro volto", ha concluso rivolgendosi ai giovani delle cooperative che hanno condiviso la loro esperienza.

Da Cosa nostra a casa nostra. "È stato difficile creare un passaggio tra i vicoli di Bari", racconta Alessandro Cobianchi dell’Arci: "Gestiamo due appartamenti appartenenti a un boss di Bari vecchia, e all’inizio del quartiere ci intimavano di non entrare. Poi abbiamo creato una web radio, il coordinamento regionale dei famigliari vittime di mafia. E il laboratorio antimafia, che l’anno scorso aveva un solo iscritto, quest’anno ne vanta dodici". A Palermo, sul terreno dove il boss Michele Greco faceva le riunioni, lavora la cooperativa "Acunamatata": "Colleghiamo la coltivazione del mandarino tardivo ai linguaggi artistici e alle danze tradizionali", spiega il vicepresidente Sergio Loverde, "e ripristiniamo una socialità che nel territorio non esiste più". A testimoniare di un bene confiscato al nord è un volontario della Cascina Caccia, che si trova a San Sebastiano da Po (To) ed è dedicata al procuratore capo della Repubblica ucciso dalla ‘ndrangheta nell’83. Confiscata solo nel 1999, apparteneva al mafioso Belfiore e, col suo ettaro di terreno, è stata assegnata nel 2005 a una cooperativa del gruppo Abele. Solo nel 2007, però, racconta il giovane che assieme ad altri membri della cooperativa vive nella Cascina e produce miele, "i famigliari di Belfiore sono andati via: così Cosa nostra ha lasciato il posto a casa nostra".

a cura di Lorena Leonardi (Torino)