PERSONA E COMUNITÀ
Il ruolo dello ”psicologo” in un contesto di disagio sociale
"In un contesto in cui i bisogni sociali aumentano, e la crisi riflette sul benessere psico-fisico delle persone, attivare le risorse del territorio, costruire reti, ripartire dalla quotidianità delle persone per promuovere una cultura della solidarietà, è una delle vie più efficaci: perché gioca in un’ottica di prevenzione valorizzando quello che è il bene principale, cioè il legame". A conclusione del 9° Convegno nazionale della Società italiana di psicologia di comunità (Sipco), svoltosi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (27-29 settembre, www.milanosipco2012.com), Elena Marta, docente di psicologia alla Cattolica e promotrice dell’incontro, così definisce il ruolo dello psicologo di comunità: colui che "accompagna le persone in quei processi che possono portare allo sviluppo della cultura della solidarietà, ad attivare interventi che vedono le risorse della comunità come vere protagoniste".
Tra comunità e contesto. "Rilanciare i legami sociali, attivare partecipazione, promuovere cambiamento", questo il tema del convegno che ha visto la partecipazione di psicologi e di operatori di tutta Italia, in un "incontro profondo" tra ricerca e intervento che è il principio della psicologia di comunità. Una disciplina che, come è stato più volte ricordato nel corso della tre giorni di studio, non si occupa di individui ma di "relazioni tra comunità e contesto" nella prospettiva di un cambiamento. Migrazioni, salute mentale, conflitto fra generazioni, disabilità, sono state alcune delle tematiche al centro di dibattiti, sessioni e simposi, in cui sono stati presentati ricerche e studi, finalizzati all’emersione dell’empowerment, la capacità di riconoscere le proprie potenzialità.
Un approccio narrativo. Tra gli studi presentati, il progetto "Memory work e resilienza con richiedenti asilo politico", presentato da Letizia Carrubba dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha coinvolto dieci richiedenti asilo approdati nella provincia milanese nella primavera del 2011. "Le persone richiedenti asilo spiega Carrubba affrontano il pregiudizio della "credibilità della testimonianza", sono costretti a rievocare traumi che vorrebbero dimenticare e il loro tempo personale non viene rispettato. Questo perché la condizione di rifugiato è un fatto puramente burocratico che non prende in considerazione le esigenze della persona". Il lavoro dello psicologo di comunità è allora passare da un approccio burocratico a un "approccio narrativo": "Non si può cancellare l’evento traumatico ammette la ricercatrice – ma vi si può rispondere; nella vulnerabilità è la resilienza, cioè la capacità di reagire". Il progetto ha ricalcato l’esperienza di "Sinomlando" ("noi abbiamo una storia" in Zulu) , avviata all’University of KwaZulu-Natal in Sud Africa da padre Philippe Denis, con l’intento di ricostruire una memoria familiare nei bambini orfani. "Abbiamo utilizzato la memory box con i rifugiati – racconta Carrubba – cioè una scatola che raccoglie pensieri, disegni, ricordi del proprio passato, come un luogo fisico dell’emotività". Obiettivo del progetto, "positivizzare la propria storia, per osservare il proprio cammino con una luce nuova, riconoscendo le proprie capacità e competenze, ma anche relativizzare la propria sofferenza condividendola con gli altri per realizzare che non si è soli, e che insieme si possono trovare vie d’uscita".
Inclusione sociale e cultura del dono. "Donare è appartenere: nuovi italiani e idee di solidarietà" è il tema dello studio condotto da Paolo Guiddi e Anna Granata dell’Università cattolica di Milano, e che ha coinvolto giovani migranti di seconda generazione sul tema della donazione di sangue. Il progetto, realizzato in collaborazione con l’Associazione volontari italiani sangue (Avis), è nato con l’obiettivo di "promuovere un percorso di inclusione sociale attraverso la cultura del dono e della solidarietà", spiega Paolo Guiddi. Nella "identità plurale" dei giovani di seconda generazione, spiegano i ricercatori, anche il concetto di solidarietà è "plurale" perché, partendo dalla cultura di riferimento italiana, si arricchisce di "valori ed elementi nuovi, culturali e religiosi, provenienti dalle comunità di origine", dando vita a una "idea interculturale di solidarietà". "I giovani delle seconde generazioni argomenta Guiddi – mostrano l’evidente necessità di considerare concretamente la donazione di sangue come un valore universale, che non ha colore di pelle o radici culturali cui fare riferimento e che, proprio per questo, è in grado di richiamare a quell’universalità di intenti e di "prendersi cura dell’Alter" a cui la globalizzazione tante volte ci ha richiamato in questi anni".
a cura di Marta Fallani (Milano)