50° CONCILIO

Liberi dalle cose

Dalle parole di Benedetto XVI a quelle dei documenti conciliari

Delle parole del Papa all’Angelus colgo la parte dell’invettiva dell’apostolo Giacomo contro i ricchi disonesti. Non per soffermarmi sull’attualità, su quanto sta accadendo nel nostro Paese con inchieste e dimissioni di amministratori; ma per riflettere sul tema della povertà nella Chiesa. Ricordiamo tutti l’espressione, riportata in Matteo 19, di Gesù in risposta alla domanda del giovane ricco: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli". Bella l’immagine della cruna dell’ago: probabilmente Gesù si riferiva alle feritoie presenti sulle mura della città di Gerusalemme, sottili fessure quasi tagli nella pietra, che presentano, appunto, un’apertura circolare.
La povertà che viene qui messa in evidenza è quella delle beatitudini, che ritroviamo anche in Luca: i poveri sono i piccoli, i deboli, gli oppressi, quanti dono disprezzati, emarginati, dimenticati; coloro che hanno coscienza della loro impotenza e si affidano a Dio, e in lui confidano e cercano rifugio.
Tema caro anche al Concilio che ne parla, ad esempio, nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, la "Lumen gentium": "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza". L’immagine cui fanno riferimento i padri conciliari è quella di Cristo che, pur essendo figlio di Dio, volle calarsi nella realtà dell’uomo, nascendo in una mangiatoia – quanto di più umile ci può essere – prendendo la condizione di schiavo, e, da ricco che era, si fece povero.
Il Concilio parla, dunque, di una Chiesa che osserva "fedelmente i precetti di umiltà, carità e abnegazione". Certo per compiere la sua missione ha bisogno di mezzi umani, ma quando si serve di questi per la sua missione non lo fa "per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche con il suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione". Nella "Lumen gentium" leggiamo ancora che "come Cristo è stato inviato dal Padre a dare la buona novella ai poveri", così la Chiesa "riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente".

Ecco, allora, la riflessione di Benedetto XVI sull’invettiva dell’apostolo Giacomo "contro i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi". Cita un monaco divenuto vescovo di Arles e venerato come santo, san Cesario di Arles, per dire che "la ricchezza non può fare del male a un uomo buono, perché la dona con misericordia, così come non può aiutare un uomo cattivo, finché la conserva avidamente o la spreca nella dissipazione". Parole, afferma ancora il Papa, che "mentre mettono in guardia dalla vana bramosia dei beni materiali, costituiscono un forte richiamo ad usarli nella prospettiva della solidarietà e del bene comune, operando sempre con equità e moralità, a tutti i livelli".
Una povertà, dunque, che rende liberi dalle cose che diventano mezzi di cui disporre senza diventarne schiavi. Liberi dal potere perché chi è povero sa di non poter contare su sicurezze umane. La "Gaudium et spes" ricorda infatti che tutti i cristiani "devono prendere coscienza della propria vocazione nella comunità politica"; devono essere d’esempio "sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e della dedizione al bene comune". Una povertà, dunque, intesa come stile di vita, capacità di essere accanto al prossimo nella solidarietà: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato".
Povertà nella solidarietà, dicevamo; l’immagine che ci dive aiutare è il gesto della vedova che mette due soldi: "Tutti hanno dato del loro superfluo – commenta Gesù – essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva per vivere".

Il discorso sulla povertà ci porta a riflettere sulle disparità che dividono i popoli, più volte evidenziate dai Papi. Ancora una volta è la "Gaudium et spes" che ci aiuta a leggere il tema nella condivisione: "Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità". E qui è facile ricordare le profetiche parole di papa Paolo VI nella Populorum progressio", quasi un grido contro le ingiustizie, le disparità. Un grido che aveva le sue radici nel Concilio e nella volontà della Chiesa di aprirsi al mondo e di essere compagna di strada di tutti gli uomini e di ogni uomo.

Il Vaticano II parla di scandalo della povertà: la "miseria della maggior parte del mondo è così grande che si crederebbe di intendere nei poveri l’appello del Cristo che reclama la carità dei suoi discepoli". Alcune nazioni che si dicono cristiane "godono di una grande abbondanza di beni, altre nazioni sono prive del necessario e sono afflitte dalla fame, dalla malattia e da ogni sorta di miserie". Un Concilio che si rivolgeva ai poveri e abbandonati – "voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi sui quali si tace, voi che siete gli sconosciuti del dolore" – dicendo loro: "Sappiate che voi non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili".
Parole, quelle pronunciate domenica da Benedetto XVI, che si pongono in continuità con la riflessione conciliare, per chiedere a tutti gli uomini, soprattutto a coloro che sono impegnati nel campo della politica, di leggere nella prospettiva della solidarietà e dell’attenzione al bene comune, il proprio servizio; di "gioire per ogni gesto e iniziativa di bene, senza invidie e gelosie" e di usare "saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni".

Fabio Zavattaro

(01 ottobre 2012)