50° CONCILIO
Quello di una Chiesa in dialogo permanente con il mondo
Agli "under 50", forse, il Concilio non dice molto perché sono nati e vissuti in una comunità ecclesiale già conciliare. Per i più giovani esso rappresenta soltanto uno dei tanti Concili celebrati nella storia. Per tutti gli altri, che hanno vissuto in una Chiesa pre-conciliare, l’evento voluto da Giovanni XXIII ha costituito una specie di spartiacque con esiti impensabili per la vita della Chiesa. Ha provocato anche rotture, come stanno a testimoniare i seguaci di Lefebvre. Non sono nemmeno mai mancate spinte all’indietro, come la richiesta ad esempio di ritornare al vecchio rito della Messa, e, al tempo stesso, fughe in avanti, con processi di secolarizzazione della Chiesa e della liturgia.
La maggioranza dei cattolici ha identificato il Vaticano II con la riforma della liturgia, in particolare con l’introduzione della lingua italiana e dell’altare rivolto verso il popolo. Molti, però, hanno colto anche il vero intento di tale riforma: la partecipazione piena, attiva e consapevole dei fedeli. È evidente che il Concilio è stato molto di più.
È stato un ingresso impetuoso dello Spirito nella Chiesa avvenuto, fin dall’inizio, soprattutto attraverso la finestra aperta dalla costituzione sulla liturgia. Ogni riforma del culto va sempre di pari passo con quella della Chiesa, nel senso che la liturgia esprime sempre un’ecclesiologia. La storia c’insegna ad esempio che, a una liturgia clericalizzata, in cui il prete dall’alto dell’altare "diceva" la Messa e il popolo vi "assisteva" passivo o facendo le sue devozioni, corrispondeva una visione esclusivamente gerarchica della Chiesa, nella quale la dimensione comunionale si collocava più sul piano della fede che su quello della riflessione teologica e della prassi ecclesiale.
La vera novità del Concilio però non è stata la riforma liturgica. Lo hanno ben capito coloro che, con essa, contestano anche tutto il Concilio nel suo insieme. Nei primi anni Sessanta, appena adolescente, vendevo di domenica, alla porta della chiesa, "L’Avvenire d’Italia", quotidiano molto apprezzato da quanti volevano seguire lo svolgimento del Concilio, in particolare attraverso i puntuali editoriali (delle vere "chicche") dell’allora direttore Raniero La Valle. A quell’età mi accontentavo di leggere i titoli ma, a volte, osavo anche addentrarmi in tali corsivi. Quello che però mi colpiva era la frequenza con cui il giornale dava spazio al cosiddetto "schema 13" (ex schema 17), passato poi come "Gaudium et Spes". Sappiamo che mentre la costituzione sulla liturgia, che tanto ha colpito la sensibilità dei fedeli, è stata approvata agli inizi del Concilio, quella sul rapporto Chiesa-mondo ha dovuto attendere gli ultimi giorni e una lunga e difficile gestazione. Qualche anno più tardi compresi il perché di tanto dibattito. Il punto focale del Concilio, dal quale è disceso a cascata tutto il resto, è stata proprio la visione di Chiesa che ne è uscita, non solo nella sua identità sacramentale (Chiesa mistero, Chiesa popolo di Dio…) ma anche – vera novità – nel suo porsi nel mondo. Tutti abbiamo scolpite nella mente le belle parole di apertura della "Gaudium et Spes": "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi… sono anche quelle dei discepoli di Cristo… perciò la Chiesa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia". La Chiesa, che alle soglie del Concilio pensava sarebbe stato sufficiente sciacquare un po’ i panni al fiume della sua grande Tradizione, ne è uscita invece con un abito nuovo e rilucente.
In questi ultimi decenni nelle comunità cristiane ci si è preoccupati molto, e giustamente, delle cose "interne" come la liturgia, il rapporto preti-laici, la catechesi e, forse, un po’ meno del rapporto con il mondo, la società civile e il territorio, con il rischio di dare all’esterno un’immagine di Chiesa troppo "introversa" e alle nuove generazioni un messaggio incerto e parziale riguardo la missione, la spiritualità, il senso del servizio, la salvezza personale. Un bravo laico non è chi s’interessa solo delle cose della parrocchia e tanto meno chi si rifugia in nicchie spiritualistiche avulse dalla storia, ma colui che, sostenuto dalla grazia e dalla comunità, opera e agisce nel mondo perché quello è il luogo proprio della sua missione e santificazione. Un Concilio, dunque, sempre attuale e perciò sempre da rivisitare e accogliere.
Lucio Bonomo – direttore "La Vita del Popolo" (Treviso)
(03 ottobre 2012)