CATTOLICI ED EUROPA
Un convegno a Roma sul ruolo europeo dei democratici cristiani
La costruzione di reti politiche ma anche intellettuali e sindacali cattoliche transnazionali ha permesso, in Europa, l’affermarsi del programma politico dei democratici cristiani, l’emergere di figure come quella di Karol Wojtyla e lo sviluppo dei rapporti tra la Santa Sede-Chiesa cattolica e gli organismi internazionali. È quanto è emerso nel corso del convegno “L’internazionalismo democratico cristiano in Europa”, organizzato il 27 settembre dall’Istituto Luigi Sturzo e dal Centre for European studies, nel corso del quale sono state presentate alcune ricerche in corso di studiosi italiani, europei e americani che stanno esplorando campi meno battuti dalle pubblicazioni storiche degli ultimi anni.”Una storia di successo”. “Chi guarda al ‘900 come al secolo delle ideologie, trascura il Centro – ha affermato Christiane Liermann, del Centro italo-tedesco Villa Vigoni -. Quella dei democratici cristiani europei è stata invece una storia di successo. Il Welfare, l’integrazione europea, il costituzionalismo, la difesa dei diritti umani erano tutti frutti della loro riflessione”. Michael Gehler, dell’Università di Hildesheim, che ha presentato la relazione introduttiva, ha sottolineato come “l’Europa è stata riunificata e il progetto dei democratici cristiani si è realizzato, ma ora bisogna tenere insieme questa costruzione. Ci sono delle sfide da affrontare” e “accanto ai tentativi di europeizzazione ci sono quelli di nazionalizzazione”. Il docente ha ricordato che grazie alla nascita ufficiale del Partito popolare europeo, il 29 aprile 1976, “la cooperazione e il dialogo tra il partito europeo e i partiti nazionali si sono rafforzati”: “All’epoca i temi principali erano la questione delle dogane, gli interventi militari in Cecoslovacchia, la preparazione per l’allargamento, la lotta al terrorismo, le crisi petrolifere, la distensione, il Vietnam, il crollo del Bretton Woods, i contatti con i Paesi sudamericani” ma “mancava una cultura della politica europea” e la “divisioni tra progressisti e conservatori”, all’interno del Ppe, determinata anche dell’ingresso nella Comunità europea, nel 1972, di Irlanda, Gran Bretagna e Danimarca “creava conflitti”. Per Antonio Varsori, docente della School of Government Luiss Guido Carli, i “cambiamenti avvenuti all’interno della Chiesa cattolica hanno influito nei partiti popolari. Negli anni ’40-’50 la Chiesa era eurocentrica, dopo il Concilio è diventata più internazionale e mondiale, tanto che negli anni anno ’60 e ’70 i partiti cristiani democratici hanno cominciato a riflettere sui problemi Nord-Sud”.Il “sincretismo” polacco. I contatti transnazionali non hanno funzionato solo nella politica ma anche nella cultura: emblematico il caso della Polonia che grazie ai suoi scambi con i Paesi occidentali, soprattutto, anche sotto il regime comunista, ha visto maturare due “giganti” come il card. Wyszyński e il card. Wojtyla. Piotr Kosicki, dell’University of Virginia, ha fatto notare che pure dopo la Seconda guerra mondiale e con i soldati russi dentro casa “non abbiamo avuto un totale annullamento delle basi del cattolicesimo. In Polonia è sopravvissuta una fede popolare e uomini come Wojtyla e Wyszynski sono stati formati, negli anni ’20 e ’30, dal pensiero francese”. C’è stata tutta una serie di intellettuali laici cristiani che nel Paese hanno portato avanti il dibattito sulle questioni teologiche e filosofiche e, per esempio, “nella seconda metà degli anni ’30 c’era un movimento interessato a promuovere la persona umana attraverso le encicliche di Pio XI e il pensiero di Maritain”. Kosicki ha ricordato che “i democratici cristiani tra le due guerre non erano forti ma erano presenti, e dopo l’ultimo conflitto mondiale hanno portato avanti dei valori, anche se, dopo il ’47 la Dc polacca ha avuto dei leader che fuggono e altri che vanno in prigione. In ogni caso il partito democratico cristiano polacco era una forma di sincretismo di cristianesimo e rivoluzione marxista” e il futuro Giovanni Paolo II “aveva avviato un dialogo con i socialisti”.L’esempio Ilo. Altro oggetto di analisi sono stati rapporti tra la Santa Sede-Chiesa cattolica e gli organismi internazionali. “Nel corso del ‘900 – ha spiegato Liliosa Azara, dell’Università Roma Tre – la Santa Sede avvia un lungo processo, all’interno del quale i suoi interlocutori privilegiati non sono più le ‘nazioni cattoliche’ e neppure gli Stati nazionali, ma le organizzazioni internazionali. È indubbia la diffidenza-ostilità verso il cosmopolitismo laico e, ancor più, verso l’internazionalismo socialista, ma anche wilsoniano, però la Santa Sede con la sua forte identità universalistica, pur scontando una controversa soggettività internazionale, non rifiuta pregiudizialmente l’ipotesi di aderire alla Società delle Nazioni”. In questo contesto “le relazioni con l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) istituita nel 1919, occupano un posto speciale nello scenario dei rapporti internazionali della Santa Sede”: dal 1926, fino alla creazione di relazioni ufficiali nel 1967, l’Ilo ebbe ininterrottamente degli assistenti ecclesiastici gesuiti. Quest’ultima, ha ricordato il relatore Aurélien Zaragori, dell’Université Jean Moulin Lyon 3, è “un’organizzazione tripartita che coinvolge non solo gli stati ma anche le organizzazioni imprenditoriali e sindacali” quindi, secondo Andrea Ciampani, dell’Università Lumsa, “riguarda le loro relazioni” e il “rapporto tra Ilo e Santa Sede è un rapporto tra la dimensione politica e la dimensione sociale”. Negli anni “l’internazionalismo cristiano è cambiato e con l’Ilo ha ora in comune la valorizzazione delle organizzazioni della società civile”.