50° CONCILIO

A metà del cammino

Il presidente dell’Ac argentina sul “dopo” in America Latina

“Per la Chiesa latinoamericana il Concilio Vaticano II ha rappresentato un aggiornamento della proposta ecclesiale e un cambiamento molto positivo. Per il popolo latino-americano ha rappresentato la disponibilità della Chiesa a un dialogo più fecondo per il bene della persona”. A parlare al Sir è Emilio Inzaurraga, presidente del Consiglio nazionale dell’Azione Cattolica (Ac) argentina e coordinatore del Segretariato del Forum internazionale di Ac (Fiac).

Quali difficoltà in questo processo di cambiamento?
“Le difficoltà si riscontrano nella struttura del pensiero. Quando Benedetto XVI dice che c’è bisogno di un cambiamento di mentalità per portare avanti la corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa, significa che è una delle resistenze più forti. Questo esige da parte nostra una conversione pastorale. Rispetto alle proposte conciliari siamo a metà del cammino”.

Cosa è più urgente fare, allora?
“In America Latina è urgente che tutti noi, membri della Chiesa, assumiamo la priorità preferenziale per i poveri; dobbiamo metterci in dialogo con il mondo per essere protagonisti nella ricerca del bene comune; esplicitare il messaggio del Concilio che nessun problema dell’uomo è distante dalla vita della Chiesa e che possiamo testimoniare con entusiasmo la verità del Vangelo. Il Concilio ha dato buonissime piste da seguire. A 50 anni di distanza dobbiamo continuare a insistere con la proposta del Concilio, che ha suggerito schemi molto validi per la vita della Chiesa. Ad esempio le assemblee plenarie in America Latina, che ci aiutano a comprendere meglio le nostre realtà”.

Quali sono stati i frutti più importanti nella vita delle comunità cristiane?
“Un tema importante è stato il ruolo, la vocazione e missione dei laici. Cominciare a capire che tutti noi battezzati siamo Chiesa, che condividiamo la stessa missione e siamo corresponsabili nella vita della Chiesa. Questo non accade ovunque, però la tendenza è molto buona. È subentrato anche un atteggiamento ecumenico. Insieme ad altre Confessioni e religioni cerchiamo ciò che ci unisce anziché ciò che ci separa. Una delle proposte, trasversale a tutti i documenti conciliari, è l’atteggiamento dialogante della Chiesa. Sedersi per cercare spazi di comunicazione reale, ascoltare e imparare in tutti gli spazi di vita, dalle parrocchie alle università: questo è un frutto del Concilio. Abbiamo imparato che la fede non s’impone ma si propone”.

L’impegno con i poveri è ciò che più caratterizza la Chiesa latinoamericana…
“L’impegno della Chiesa latinoamericana con i poveri è evidente ed è il frutto di una riflessione teorica molto forte, calata sul piano pratico. Documenti e azione. Anche l’Ac Argentina ha fatto di recente una proposta concreta per ‘costruire una nazione senza esclusi’. L’episcopato argentino ci ha proposto come obiettivo, per il bicentenario dell’indipendenza, lo sradicamento della povertà e lo sviluppo integrale della persona. L’impegno c’è e si constata nelle nostre comunità, non solo carità ma anche promozione umana. La Chiesa latinoamericana è solita proporre temi che riguardano il rispetto dell’ambiente, l’acqua, la tratta delle persone, la vita, la povertà materiale, l’educazione di tutti. È un lavoro permanente”.

Un frutto dello spirito rinnovatore del Concilio sono state, in America Latina, le comunità ecclesiali di base. Un’esperienza ancora valida?
“Non ho dati sullo sviluppo effettivo. So che sono molto diffuse in Brasile, Bolivia, Ecuador. Dal punto di vista teorico la proposta è molto buona e interessante: ci si riunisce in piccoli gruppi per celebrare la Parola e si lavora per l’evangelizzazione sul territorio. È una proposta molto valida: si condivide la propria vita, ci si aiuta reciprocamente, centrati sulla Parola di Dio e l’Eucaristia, in collegamento con la gerarchia”.

Come è stato vissuto, invece, il cambiamento della liturgia?
“Il cambiamento della liturgia è stato uno dei benefici più importanti. Rendersi conto che tutti possono partecipare alla liturgia, poter introdurre musica autoctona con contenuto religioso, riconoscendo la religiosità popolare, i pellegrinaggi, la devozione mariana. Tutto ciò ha aiutato il popolo latinoamericano nella scoperta della fede. È frutto del lavoro della Chiesa locale ma anche del Concilio”.

È prematuro pensare ad un nuovo Concilio?
“Il Sinodo dei vescovi è un esercizio della Chiesa iniziato con Paolo VI nel 1965. I Sinodi che si convocano periodicamente sono esercizi di comunione e di aggiornamento su temi particolari. Ad esempio il tema della nuova evangelizzazione del prossimo Sinodo riguarda comunità in cui la fede viene proposta da molto tempo ma che ora hanno una situazione sociale fredda e apatica, con secolarismo e individualismo. Dobbiamo interrogarci su come capire queste realtà per agire meglio. Anche le assemblee continentali come il Celam (Consiglio dell’episcopato latinoamericano) aiutano moltissimo. La Chiesa è costantemente in uno stato di comunione e partecipazione. È uno stile nuovo. In questa prospettiva non scarto la possibilità di un Concilio Ecumenico Vaticano III. Però non la considero una urgenza”.

a cura di Patrizia Caiffa

(05 ottobre 2012)