50° CONCILIO

Un’eredità preziosa

Ecumenismo e dialogo: quale futuro?

In un mondo in cui i rapporti tra gli uomini e i popoli si degradano a vari livelli, l’umanità ha bisogno di una vera cultura del dialogo fondata sulla fede. Dunque le decisioni prese in questa direzione e in modo storico 50 anni fa dal Concilio Vaticano II non sono solo attuali ma rappresentano un futuro ineludibile per tutti. È quanto è emerso dagli interventi ad una tavola rotonda dedicata al “Concilio Vaticano II dopo 50 anni: il dialogo ha ancora futuro?” che si è svolta a Sarajevo nell’ambito dell’incontro internazionale per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio a settembre.

Chiarire l’obiettivo ecumenico. Con il Concilio Vaticano II, ha detto il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, la Chiesa “si è impegnata in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica”. Ed ha aggiunto: dopo 50 anni, “dobbiamo riconoscere che non abbiamo certamente raggiunto l’obiettivo del dialogo ecumenico, ovvero una comunione ecclesiale vincolante e l’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nei ministeri ordinati. Nel corso del tempo, piuttosto, l’obiettivo del movimento ecumenico si è fatto man mano più confuso. Molti dei partner ecumenici hanno abbandonato l’obiettivo originario dell’unità visibile a favore del postulato di un mutuo riconoscimento delle diverse Comunità ecclesiali”, così che “l’unica Chiesa di Gesù Cristo risulta essere una mera somma delle varie comunità ecclesiali esistenti”. Poiché dunque, ci sono tante idee a riguardo dell’obiettivo ecumenico, secondo il card. Koch, “il punto principale all’ordine del giorno nelle discussioni ecumeniche deve essere il chiarimento del concetto di Chiesa e di unità della Chiesa”.

La cultura del dialogo e l’umiltà. Il metropolita Serafim del Patriarcato di Romania ha ricordato che per la prima volta, dopo lo scisma del 1054, un Concilio della Chiesa cattolica ha invitato, come osservatori, dei rappresentanti di altre Chiese, tra cui la Chiesa ortodossa a cui essa è teologicamente più vicina. Così l’Istituto ortodosso Saint-Serge di Parigi vi mandò i suoi grandi teologi, come Alexis Kniazeff, Alexandre Schmemann, Paul Evdokimov, Nicolas Afanasieff; vi partecipò attivamente anche un grande pastore come mons. Emilianos Timiadis, in quanto rappresentante ortodosso del Consiglio ecumenico delle Chiese. “Oggi – ha detto il Metropolita -, quando i rapporti tra gli uomini si degradano sempre più a tutti i livelli, abbiamo bisogno di una vera cultura del dialogo fondata sulla fede”. Anche per questo motivo, “il dialogo teologico per l’unità dei cristiani, promosso dal Concilio Vaticano II, deve proseguire senza sosta, malgrado tutte le difficoltà”. “Non bisogna mai stancarsi di dialogare! Anche se in alcuni momenti il dialogo fallisce. Al contrario, bisogna credere al dialogo e avere sempre un atteggiamento umile perché lo Spirito Santo possa agire nei nostri cuori”. Solo l’umiltà “può distruggere i blocchi interiori per andare verso l’altro nella libertà dello Spirito, senza alcun pregiudizio. L’umiltà sola può guarire la memoria del male accumulato attraverso il tempo, sia tra persone sia tra Chiese o nazioni”.

Il dialogo con gli ebrei. Con Jean-Arnold de Clermont, pastore della Chiesa riformata di Francia, il discorso “ecumenico” si è allargato ai rapporti con la Comunità ebraica ricordando “l’impulso dato dal Concilio a un dialogo ebraico-cristiano che andrà crescendo e che segnerà i cinquanta anni seguenti di testi e di incontri che noi tutti ricordiamo, con Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, a Mayence, a Varsavia o a Yad Vashem; il cardinal Lustiger ad Auschwitz o Benedetto XVI quando ha ricevuto i due grandi rabbini d’Israele”. “Bisogna prima di tutto assumere la nostra storia, fatta di condanne, di esclusioni, di persecuzioni; cioè riconoscere gli errori del passato, per non ricadervi e trattare i dialoghi contemporanei con umiltà, essendo pronti a correggere i nuovi errori sempre possibili”. E ha concluso citando “Nostra Aetate”: “Gli uomini attendono dalle diverse religioni la risposta agli enigmi nascosti della condizione umana, che ieri come oggi, turbano profondamente il cuore dell’uomo”.

L’incontro con l’alterità. “Ma il Concilio – ha quindi preso la parola Jean-Dominique Durand, storico dell’Università di Lione 3 – sono anche e soprattutto i testi. Cinquant’anni dopo, mentre i testimoni si allontanano, ci restano i testi, un patrimonio straordinario. Occorre rileggerli, senza dimenticare la loro genesi, il contesto storico, teologico, ecclesiologico che portano in sé, i dibattiti e le opposizioni che hanno suscitato, la dinamica che ha permesso la loro produzione”. Si tratta di una “eredità che non si deve smettere di far fruttare” perché “entrano tutti in questa logica della necessità dell’incontro con l’alterità”, “portatori di una visione della Chiesa del mondo” che “è risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo”.

a cura di Maria Chiara Biagioni

(05 ottobre 2012)