50° CONCILIO

Laici per la città

Giorgio Campanini sul decreto “Apostolicam actuositatem”

L’Italia ha bisogno “di uomini e donne disposti a spendere la loro vita nel servizio alla città, fra politica, economia, educazione, sindacato, cultura”. Giorgio Campanini usa le categorie della storia, della sociologia e della teologia per una riflessione sul Concilio. Lo storico del movimento cattolico si concentra in particolare sulla presenza del laicato nella realtà di oggi, mezzo secolo dopo il decreto “Apostolicam actuositatem” sull’apostolato dei laici.

Quali sono le novità che il Vaticano II ha introdotto nella vita della Chiesa per quanto riguarda i laici?
“A partire dalla fine dell’età delle persecuzioni si era a poco a poco introdotto, e fortemente accentuato nel Medioevo, dentro la comunità cristiana uno stile di accentuata separatezza fra i ‘chierici’ (detentori e custodi del sacro) e i ‘laici’, cristiani in qualche modo passivi e quasi periferici (era la classica teoria dei ‘due generi’ dei cristiani). Il Concilio – non a caso ponendo all’inizio della Lumen gentium la categoria di ‘popolo di Dio’ – è ritornato in qualche modo alle origini, riconoscendo certo le distinzioni ma preferendo sottolineare ciò che unisce tutti i fedeli, senza distinzione di funzioni e di stati di vita”.

Le indicazioni conciliari sono divenute realtà nella vita delle comunità?
“Direi che gran parte della lezione conciliare è penetrata in profondità nella vita della Chiesa in questi cinquant’anni; ma non si può negare che talune separatezze permangano, anche per responsabilità di laici cristiani non sufficientemente maturi e non sempre capaci di assumersi le proprie responsabilità nella vita della Chiesa. Il Concilio avrebbe voluto tutti i fedeli co-protagonisti tanto della vita della Chiesa quanto nello svolgimento della sua missione nel mondo, ma questo traguardo appare ancora lontano. Quello che negli anni precedenti il Concilio veniva chiamato ‘il gigante addormentato’, e cioè il laicato, continua talora a sonnecchiare… È necessario che, nella prospettiva del Concilio, i laici abbiano piena consapevolezza del loro essere Chiesa”.

A partire dal Concilio il magistero ecclesiale ha fortemente sottolineato la necessità dell’impegno dei laici tanto nella Chiesa quanto nell’animazione delle realtà profane. Qual è, oggi, il profilo del laico nella comunità cristiana e nella società?
“Dopo il Concilio si è sviluppato – talora con qualche asprezza e non senza incomprensioni – un nuovo protagonismo laicale che si è espresso a molti livelli: da nuove forme di ministerialità alla riemergenza del protagonismo femminile, al ritorno dei laici allo studio della Bibbia e anche alla ricerca teologica. Non sempre, tuttavia, a questo rinnovato impegno nella Chiesa è corrisposto un più consapevole impegno per la costruzione di quella ‘città dell’uomo a misura d’uomo’ tanto cara a personalità come Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, Carlo Maria Martini… Le ragioni di questa sorta di arretramento – talora sino alla forma di un nuovo rifugiarsi nelle sacrestie – sono molte e complesse, comunque riconducibili in gran parte al malinconico tramonto di quel ‘partito di cattolici’ che avrebbe dovuto imprimere la sua impronta sul corso complessivo delle società italiana, ma che ha solo per una stagione relativamente breve conseguito questo obiettivo. Si è ritenuto, non senza forti ragioni, che lavorare sulla coscienze, attraverso l’azione pastorale, fosse più importante che operare su strutture ritenute impermeabili al messaggio cristiano”.

Guardando avanti, in quale direzione occorre procedere a suo avviso?
“Bisogna ritrovare un punto di equilibrio, fondato sull’antica logica cristiana dell’et et, piuttosto che dell’aut aut. Ossia non vi è un’alternativa secca tra impegno nella Chiesa e impegno nel mondo, anche se ciascuno ha il dovere di camminare sulla strada alla quale Dio l’ha chiamato. E tuttavia è inquietante che, in parallelo al calo delle vocazioni nella vita religiosa siano in calo le autentiche vocazioni alla vita politica; né ci si può stupire oltre misura, dunque, che la politica sia diventata il terreno preferito degli arrivisti e dei “faccendieri”… Si riapre qui un importante compito formativo delle comunità cristiane. In quale misura esse sanno realmente preparare alla cittadinanza soprattutto le nuove generazioni, distaccate e disincantate rispetto a un impegno sociale ritenuto del tutto ininfluente per la stessa vita cristiana?”.

Continue sono le sollecitazioni del Papa e dei vescovi a un generoso impegno dei laici: ma in quale misura questi appelli sono stati raccolti?
“Non si può negare che il Magistero della Chiesa ha fatto la sua parte, soprattutto in questo cinquantennio post-conciliare, per sollecitare i fedeli a una più incisiva presenza nella società. Resta tuttavia il fatto che tale protagonismo laicale – tanto nella società quanto nella Chiesa – rimane un fatto di minoranza. Si tratta di passare dalla condizione di minoranza silenziosa a quella di minoranza profetica, capace di elaborare cultura e di immettere nel corpo ecclesiale quelle energie di rinnovamento e di autoriforma di cui esso ha bisogno e insieme di aprire nuove prospettive a una società (e a un modello di sviluppo) che sembra giunta al capolinea e nella quale si sta acuendo una questione giovanile che rappresenterà probabilmente il problema del XXI secolo, dopo la questione operaia e la questione femminile. Occorre, per questo, ritrovare il coraggio del Concilio e imparare, nuovamente e ogni giorno, a leggere i segni dei tempi”.

a cura di Gianni Borsa

(08 ottobre 2012)