AZIONE CATTOLICA

Un’immutata passione

Il significato della fiaccolata dell’11 ottobre per il 50° del Concilio

"Il legame tra Azione cattolica e Concilio è molto stretto. L’Ac arriva alla grande assise avendo in qualche modo contribuito alla sua preparazione attraverso le sue diverse esperienze, per tanti aspetti anticipatrici, di impegno del laicato cattolico all’interno di una storia quasi centenaria. Al tempo stesso l’Azione cattolica esce dal Concilio trasformata e rinnovata". A delineare al Sir il rapporto tra Concilio Vaticano II, di cui l’11 ottobre ricorre il 50° di apertura, e Azione cattolica italiana, è il presidente nazionale Franco Miano che, intervistato da Giovanna Pasqualin Traversa, sottolinea la "forte passione" con cui l’Ac ha "partecipato" alla storica assise, "accompagnandone" i lavori "con la preghiera, l’attenzione e l’approfondimento dei temi". Miano rammenta che l’11 ottobre 1962, serata del "discorso alla luna" di Giovanni XXIII, l’associazione era in piazza San Pietro "per essere vicina al Pontefice, ai vescovi, ai padri conciliari", e invita il prossimo 11 ottobre ad "essere ancora una volta a San Pietro con Benedetto XVI" per "dire il nostro amore e la nostra fedeltà alla Chiesa di Cristo e la nostra passione per il Concilio".

Quale impatto ha avuto il Concilio sull’associazione?
"Dobbiamo molto a quell’evento che ha in certo modo riplasmato il nostro essere Chiesa. L’Ac ha vissuto il dopo Concilio anzitutto con il compito di impegnarsi ‘per un’educazione del popolo’, come affermava Vittorio Bachelet (presidente nazionale dal 1964 al 1973), ossia nella tensione a tradurre per ogni persona i risultati dell’assise. Forte, in questi 50 anni, nella stampa e nei diversi sussidi associativi la presenza di tale evento, quasi una ‘bussola’ per l’Ac, a testimoniare l’esigenza prioritaria che tutto il popolo di Dio ne venga reso partecipe e possa giovarsi degli spunti emersi".

Un obiettivo realizzato?
"In buona parte sì, ancorché non pienamente, perché gli esiti di un Concilio hanno tempi lunghi e complessi e le vicende della storia sono varie e articolate. Grazie all’Ac, il Concilio è ‘arrivato’ in molte parrocchie; tuttavia, come sosteneva Giovanni Paolo II, esso rimane ancora ‘impegno davanti a noi’. La nuova figura di Chiesa emersa ha infatti bisogno di tradursi tuttora in storia concreta. In una dinamica che mette sempre insieme tradizione e rinnovamento, che appartengono alla natura stessa della Chiesa, l’Azione cattolica ha interpretato la storica assise tentando di puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana. Tra i molti dibattiti che hanno attraversato il post-Concilio, in questi anni l’Ac ha tentato di mantenere, e continua a farlo, la priorità dell’elemento spirituale e del Vangelo, il primato della fede e della coscienza".

Nel post-Concilio si è registrata la nascita di nuove forme di aggregazione del laicato cattolico. Qual è stata la "risposta" dell’Ac?
"Il Concilio ha certamente costituito la base per un profondo ripensamento della vita della nostra associazione che, come ho detto, l’ha portata ad interrogarsi sui valori essenziali. In questo senso va interpretata l’insistenza, che è stata peraltro comune a tutta la Chiesa, di riferirsi più saldamente ai valori del Vangelo e vivere sempre più un’adeguata tensione alla coniugazione di fede e vita. Non che il resto non sia importante; lo è, a condizione tuttavia di non smarrire il centro. La nascita di nuovi movimenti ha certamente arricchito, secondo diverse modalità, il panorama delle possibilità di cammini per laici, di forme di impegno, di sostegno alla testimonianza cristiana. Uno scenario inedito di fronte al quale l’Ac si è rigenerata, riscoprendo come sua dimensione essenziale il legame con la vita della Chiesa: da quella locale a quella universale, partendo dalla quotidianità delle nostre comunità diocesane e parrocchiali, ossia da un territorio accolto come dono e impegno".

Che cosa può offrire oggi l’Ac alla Chiesa?
"Il dono che essa rappresenta per la vita della Chiesa esce in questi 50 anni confermato nella sua importanza e vitalità. Abbiamo più che mai bisogno di laici che si spendano per la Chiesa e l’annuncio del Vangelo nel suo insieme, per una partecipazione alla vita della chiesa locale e del suo territorio. Abbiamo ancora bisogno all’interno delle nostre comunità di una ‘scuola di formazione cristiana’, termine impiegato dai nostri vescovi negli orientamenti pastorali di questo decennio, intendendo una scuola di vita in cui ai contenuti si coniughi il metodo, quella ricerca della verità che accompagna l’esperienza concreta di Chiesa in cui si impara a camminare insieme e a sperimentare il senso della comunità. I vescovi e i pontefici succedutisi in questi anni ci dicono che c’è ancora bisogno di un’associazione che sappia guardare all’integralità della proposta formativa vissuta nella e per la comunità".

Oggi, allora, in che modo l’Ac intende "rivisitare" il Concilio?
"Con un duplice percorso. Anzitutto sul piano della corresponsabilità. Vorremmo dare corpo concreto a questa parola strategica, perché siamo convinti che tra i suoi compiti fondamentali l’Ac abbia quello di contribuire a far crescere un senso vivo di Chiesa. Il termine corresponsabilità dice da un lato la necessità di rispondere ad una chiamata – e quindi la riscoperta della vocazione laicale – dall’altro la necessità di farlo insieme, e spinge ad ampliare questa consapevolezza dalla vita associativa a quella della Chiesa e del Paese. Il secondo impegno, non disgiunto, riguarda la famiglia: luogo non solo della corresponsabilità, ma anche della trasmissione della fede, della tradizione e dell’appartenenza. Oggi l’impegno per la famiglia richiede una serie di attenzioni non lontane da quelle evidenziate dal Concilio".