GEORGIA E VENEZUELA
Le elezioni in due Paesi con un ruolo delicato negli equilibri regionali
L’ultimo fine settimana ha visto due appuntamenti elettorali importanti in Georgia e Venezuela, entrambi Paesi che hanno un ruolo delicato nei loro equilibri regionali. In Venezuela Hugo Chavez ha ottenuto un altro mandato. Da tredici anni al potere, Chavez è certamente uno dei leader internazionali più discussi. Durante la sua presidenza ha cercato di sottrarsi alle tradizionali politiche filostatunitensi e, soprattutto, all’influenza delle potenti lobby economiche. Con la sua enorme ricchezza petrolifera, per molti anni il Venezuela è stato una sorta di Eldorado per investimenti spregiudicati che hanno intensificato le differenze sociali nel Paese. Per combatterle venivano applicate le tradizionali ricette neoliberiste, spesso fallimentari. L’arrivo di Chavez ha prodotto un cambio netto. È stata fortemente aumentata la spesa sociale, con investimenti ingenti nel campo della scuola, e le ricchezze del Paese sono state per lo più nazionalizzate, dando forte ruolo e risorse alla dimensione pubblica. Il prezzo di questi interventi è stato naturalmente il conflitto con chi ha subito le privatizzazioni e sino a quel momento aveva deciso le sorti del Paese.
Sul piano internazionale Chavez è conosciuto per le sue intemperanze nei confronti degli Usa (al Palazzo di Vetro qualche anno fa iniziò il suo intervento dicendo che si sentiva ancora puzza di zolfo dopo il passaggio del Diavolo Bush, che da poco aveva lasciato il podio), per i rapporti spregiudicati con Gheddafi e Ahmadinejad e per il suo tentativo di sostituirsi in qualche modo a Castro nell’intento di offrire all’America Latina una leadership unificante rivoluzionaria e indipendente. Per farlo ha caratterizzato la dimensione ideologica, intensificando toni e parole e recuperato l’icona di Simon Bolivar, il patriota caro a tutta l’America Latina. L’enfasi ideologica ha in qualche modo mascherato le divisioni del Paese ed è stata usata per mimetizzare la concentrazione del potere nelle mani del presidente.
L’ideologia, il pregiudizio anti-Usa (e – più moderatamente anti-Europa), la concentrazione del potere e la retorica manichea di tutto l’apparato politico e comunicativo vicino al potere alimentano i dubbi degli occidentali nei suoi confronti. Occorre però interrogarsi sul perché ancora in questi giorni a sostenere il presidente venezuelano si siano schierate persone come il premio Nobel per la pace, Rigoberta Menchu, Piedad Cordoba, molti leader della zona come Rafael Correa, Ivo Morales, DIlma Roussef e lo stesso Lula.
Ciò che a noi appare quantomeno incongruo, fuori dei nostri confini avviene in modo piuttosto naturale. In qualche modo è quanto sta accadendo anche in Georgia in questi giorni. Il leader della rivoluzione delle rose, Mikheil Saakashvili, al potere dal 2003, è stato battuto nelle elezioni legislative che hanno parzialmente rinnovato il Parlamento dal suo principale avversario Bidzina Ivanishvili che dovrebbe così diventare premier. Saakashvili, formatosi negli Usa, ha sempre cercato una relazione diretta con l’Occidente per sottrarsi alla sfera di influenza russa. Nel 2008 ha orgogliosamente difeso il Paese durante il conflitto armato con Mosca per l’indipendenza dell’Ossezia e dell’Abkhazia e in Occidente è sempre stato visto come un riferimento prezioso contro l’imperialismo di Putin. Di fatto però ha governato il Paese da dittatore e, complice uno scandalo scoppiato poco prima delle elezioni che ha rivelato la pratica di torture brutali nelle carceri georgiane, la gente esasperata gli ha preferito un miliardario che ha fatto fortuna in Russia alleandosi ai gruppi elitari dell’oligarchia moscovita. In questi giorni la gente è scesa in piazza a Tbilisi festeggiando il "ritorno della democrazia" entusiasta di poter finalmente ribellarsi al presidente-dittatore.
Le vicende venezuelana e georgiana sono molto diverse fra loro, in comune hanno però il determinarsi di dinamiche su cui Europa e Usa non riescono a incidere come un tempo e distanti dalla loro sensibilità. In Venezuela viene sostenuto un leader accentratore antigringos, in Georgia un newcomer pronto ad allearsi di nuovo con Mosca e il suo uomo forte, dimenticando le bombe di quattro anni fa. Per certi aspetti sono davvero scelte poco comprensibili: il voto in Venezuela è in parte drogato ideologicamente e in Georgia è prevalsa l’esasperazione che porta ad abbracciare un nuovo potenzialmente più preoccupante del vecchio. Ma occorre riconoscere le sensibilità e le ragioni che giustificano queste dinamiche se vogliamo continuare non tanto a esercitare un’influenza, quanto a offrire un contributo utile alla pace e alla governance mondiale. È su questo che vorremmo maggiori attenzioni nell’attuale confronto elettorale Usa e nella preparazione delle elezioni del prossimo anno in Germania e Italia. Uscire dalla crisi e assumere responsabilità internazionali richiede sensibilità, capacità di dialogo innovativo e idee nuove. Non ricette riciclate, nell’illusione di avere il monopolio della verità e che il mondo si esaurisca nei nostri confini.