50° CONCILIO

Il vero volto

Lo spettacolo della Chiesa universale nella casa di Pietro

In occasione del 50° del Concilio proponiamo una corrispondenza da Roma di don Agostino Bonivento, allora direttore di "Nuova Scintilla" (Chioggia), pubblicata sul settimanale diocesano il 21 ottobre 1962.

Le braccia del colonnato berniniano hanno stretto in un amplesso di pace e di unità, nel giorno della maternità divina di Maria, l’episcopato di cinque continenti.
Le strade del mondo, come le antiche consolari, hanno fatto capo a Roma, non per farvi marciare le aquile dei legionari, ma per condurvi quegli uomini sulle cui spalle pesa una responsabilità apostolica conferita da Cristo; per riunirli attorno al Supremo Pastore in una manifestazione di unità e di amore.
Sul selciato di Piazza S. Pietro non era metaforico l’11 ottobre ripetere il detto evangelico: "O quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona".
Si dirà che l’avvenimento era atteso e che la sorpresa della venuta di tanti vescovi a Roma era stemperata dalle precedenti informazioni, divulgate con precisa esattezza e rimpolpate con dovizia di particolari. Un Concilio, la sua aspettativa crescente, la elettricità dell’atmosfera che ne consegue sono realtà di portata così eccezionale e all’infuori degli schemi ordinari, che il giorno dell’apertura dell’Assise conciliare non poteva non risolversi in uno spettacolo tanto celestiale, tanto impressionante da scuotere anche l’uomo rotto alle emozioni più varie.
A chi era presente all’apertura del Concilio e ne ha vissuto da vicino le varie fasi, non è certamente sfuggito, fin dal primo mattino che rischiava d’intristire con la sua pioggerella la luminosa giornata, un impercettibile fremito della Chiesa, avanti di presentare in prima assoluta la rassegna del suo volto universale. Quel muoversi frettoloso, ma non agitato, gioioso ma contenuto dei vescovi ai piedi delle possenti colonne, ne era quasi il polso. Via della Conciliazione, all’incrocio con via Rusticucci proprio all’imboccatura della piazza, dava in un certo senso la misura di quanto stava per aver inizio. Presuli che arrivavano a piedi, chi già in rocchetto e chi con la sola veste prelatizia; pullman con insoliti passeggeri, tutti vescovi; vescovi che guidavano pellegrinaggi; macchine del Corpo diplomatico che s’incrociavano con quelle dei cardinali, con altre d’inferiore cilindrata dove si pigiavano Padri conciliari. Molti si servivano di utilitarie; un presule tedesco arrivò pilotando la 600; ai bordi della strada gli immancabili svelti scambi di saluti fra vescovi che si conoscevano e forse non si vedevano da anni.
I presuli, attraverso il portone di bronzo, salivano negli appartamenti pontifici.
I cardinali nelle sale dell’appartamento Borgia e i vescovi nelle logge di Raffaello hanno indossato rispettivamente pianeta e piviale, in attesa di formare il corteo che, attraverso piazza S. Pietro, avrebbe fatto ingresso nella Basilica.

Chi l’avrebbe detto? Il sole si sostituisce alla pioggia e s’inonda di nuova luce l’incomparabile scenario costituito dalla facciata del Maderno, con i suoi loggioni e il suo Cristo Redentore che sovrasta la Piazza e il mondo in una perenne sfida ai secoli. Lo schieramento di mitre episcopali fendeva la folla plaudente. Il Papa apparve in sedia gestatoria, e fu il delirio. Il corteo dei vescovi presentava una caratteristica cosmopolita e una lezione dell’affratellamento universale che solo il cristianesimo dona.
Spalla a spalla con il vescovo bianco stava l’africano, l’asiatico e ne prendeva simpatico risalto, non di solo valore marginale, il variopinto sgranarsi del nero, del giallo, dell’olivastro, del bronzeo, del bianco. Una carenata delle razze umane. E tutte siglate dal timbro dello Spirito.
Quando il corteo giunse nella Basilica vaticana la cui navata centrale è trasformata in un’aula conciliare secondo un doppio ordine di gradinate, la cappella Sistina diretta dal M° Domenico Bartolucci stava eseguendo l’"Ave Maris Stella" e all’ingresso del Papa esplose nel "Tu es Petrus".
Ogni Padre conciliare prese posto in un seggio dell’Aula. Al passaggio del Santo Padre, che volle discendere dalla sedia gestatoria, i vescovi si alzavano in piedi applaudendo. Quando il Papa giunse nei pressi dell’altare della Confessione, gli osservatori delegati delle Chiese separate, ai quali era riservato un posto speciale vicino al S. Padre, si fecero incontro a Giovanni XXIII. Il gesto va registrato come qualche cosa che va più in là di un ossequio cortese.
Il papa intonò il Veni Creator, l’inno dei più grandi momenti della Chiesa. Terminata la vocazione allo Spirito Santo con gli oremus, il Pontefice si recò all’altare eretto all’inizio della Aula conciliare per l’inizio della S. Messa celebrata dal card. Tisserant, decano del S. Collegio.
Le note della Missa Papae Marcelli di Palestrina accompagnavano lo svolgersi del Rito.

La Basilica vaticana presentava non l’aspetto delle grandi occasioni, ma il singolare aprirsi di un Concilio, che è come a dire il più grande avvenimento finora registrato negli annali della Chiesa cattolica.
Nelle tribune davanti l’altare della Confessione avevano preso posto 85 missioni straordinarie delle varie nazioni del mondo. L’Irlanda e l’Italia erano rappresentate dai rispettivi capi di Stato, De Valera e Segni. Il Portogallo era presente col presidente dell’Assemblea nazionale e Francia, Germania, Spagna con i rispettivi ministri degli esteri.
Molte le missioni degli Stati di recente costituzione, cioè di molte "giovani" nazioni del continente nero. Il Belgio era rappresentato da una missione capeggiata dal principe Alberto di Liegi.
Subito dopo la Messa, il Papa vestì i paramenti pontificali e sull’altare, sotto la cupola michelangiolesca dove il possente si fonde plasticamente in bellezza, venne collocato il Vangelo, simbolo della rivelazione attorno alla quale si attarderà l’attenzione dei Padri in uno sforzo di studio e di precisazione.
A nome dei presuli presenti i cardinali e due arcivescovi prestarono la loro obbedienza al Pontefice e, dopo alcune preghiere speciali, un brano del Vangelo venne cantato in latino e in greco. Il canto in quest’ultima lingua è parso, in questa occasione, più che mai allusivo al ritorno dei fratelli orientali nell’Ovile di Pietro.
Il S. Padre ha quindi pronunciato la sua allocuzione in latino; allocuzione che lo ha impegnato per trentacinque minuti, senza pause di stanchezza, ma con vibrata energia e calore apostolico.
Questo in sintesi quanto si è svolto sotto le arcate della Basilica Vaticana. Il resto, che rimane nascosto dietro il discreto velo del riserbo, il tramestio della preparazione, le preoccupazioni pastorali, l’obiettività e la serenità di un dibattito che nulla ha di parlamentare, emergeranno nei prossimi giorni.

Il Pontefice si attendeva fin dal primo giorno la presentazione del vero volto della Chiesa. E lo abbiamo visto. È un volto giovanile, proteso con amore tutto soprannaturale a riesaminare se stesso, non per cancellare un deposito veritiero che ha sempre conservato, ma per conoscere nuovi metodi per portarlo al mondo. Uno studio di metodologia pastorale, una precisazione di alcuni punti non pienamente approfonditi, forse perché sinora non se n’era presentata la necessità, una delicata attenzione anche alle sfumature del verbo di Cristo. Chi avrà il coraggio ancora di parlare di Chiesa superata?
La Basilica di S. Pietro ha visto la Chiesa docente e ha compiuto la verifica della sua autenticità. Ne sono balzate prepotenti le note dell’unità, santità, universalità, apostolicità attorno al Vescovo di Roma, asse equilibratore e fondamento infallibile di essa.
La solennità dei Riti di S. Pietro, la presenza di oltre 2.500 vescovi ha conferito all’apertura del Concilio un crisma di possente testimonianza. Sotto la mozione dello Spirito Divino il Concilio provvederà a far fare nuovi balzi in avanti alla Chiesa.
Alla sera dell’11 ottobre, per esprimere l’esultanza del mondo e per ricordare l’analoga manifestazione di Efeso, si svolse in piazza S. Pietro un’imponente fiaccolata.
L’obelisco che sorge al centro della prima piazza del mondo spiccava in un mare di fuoco. Il fuoco dell’amore che rischiarava, lampeggiando in bagliori di vittoria, la base del monumento innalzato da Papa Sisto. Là dove sta scritto: "Vicit leo de tribù Iuda".

Agostino Bonivento – direttore di "Nuova Scintilla" (Chioggia)

(10 ottobre 2012)