50° CONCILIO
Card. Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum
Il Concilio Vaticano II ha avuto in Africa “una ricezione estremamente positiva. La carità è il linguaggio della Chiesa in Africa, è il cuore delle Chiese locali, è lo stile di presenza nei villaggi lontani e nelle grandi metropoli”: è il parere del card. Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, guineano, al quale abbiamo rivolto alcune domande.
Cosa ha significato per l’Africa l’evento del Concilio Vaticano II?
“Il Concilio Vaticano II in Africa di fatto è coinciso, come fase storica, con un articolato processo che ha condotto all’indipendenza molte nazioni africane. La conseguenza, a livello culturale, è stata una sorta d’iniezione di grande speranza per l’immenso continente africano, di grande fiducia nel futuro. L’uscire dei popoli dalla colonizzazione in generale, e in particolare l’aprirsi della Chiesa alle speranze della gente, ai numerosi linguaggi e alle diverse tradizioni culturali hanno fatto sentire la Chiesa estremamente vicina, attenta alle gioie e alle sofferenze non solo dell’uomo e della donna africani, a livello personale, ma anche a livello sociale, per le varie società e nazioni. Il successivo viaggio di Paolo VI in Africa, il primo di un Pontefice nel continente, ha ulteriormente rafforzato questo essere ‘madre’ della Chiesa, il suo essere vicina a tutti i suoi figli, l’andare verso di loro, stare con loro e tra loro. In questo storico viaggio papa Paolo VI, riconoscendo la vivacità e la crescita della fede nel continente africano, ha proclamato una sorta di profezia: ‘Nova Patria Christi Africa’, la nuova patria di Cristo è l’Africa”.
Come pensa sia stato recepito il Concilio in Africa, soprattutto riguardo i temi della povertà e della carità?
“Non dobbiamo dimenticare che la Chiesa è presente in Africa da sempre e che l’evangelizzazione del continente ha avuto impulso fortissimo dal XIX secolo. A partire dagli anni ’60, in particolare, la Chiesa ha aumentato enormemente le sue attività di prossimità alle grandi masse povere dell’Africa. Gli esempi sono numerosissimi e si estendono praticamente a tutte le nazioni africane. L’attività missionaria, la presenza di molte congregazioni, istituti, movimenti, organismi pastorali si è caratterizzata non solo come annuncio ad gentes, ma anche come vicinanza ai più piccoli, ai dimenticati, ai senza voce, ai malati, alle vittime, promuovendo l’educazione attraverso le scuole e curando le malattie nei numerosi dispensari e ospedali. In tal senso il Concilio in Africa, sia da un punto di vista generale, sia a livello pratico, concreto, per il bene materiale e spirituale della gente, ha avuto una ricezione estremamente positiva. La carità è il linguaggio della Chiesa in Africa, è il cuore delle Chiese locali, è lo stile di presenza nei villaggi lontani e nelle grandi metropoli”.
Quali sono state le difficoltà maggiori? E quali i punti di forza?
“Certamente a livello culturale e sociale molte speranze non sono state pienamente realizzate. L’affrancamento dal colonialismo non si è tramutato in affrancamento dalla povertà, anzi i fenomeni neocolonialistici hanno talvolta peggiorato le situazioni socio-economiche delle popolazioni. L’inasprirsi della guerra fredda ha avuto tragiche ripercussioni proprio nelle periferie del pianeta, traducendosi in conflitti violentissimi e dimenticati, anche e soprattutto in Africa. Le élite politico-culturali locali, con la compiacenza di quelle internazionali, spesso non sono state all’altezza del loro compito, ma si sono caratterizzate per continui fenomeni di corruzione e malgoverno, facendo anche indebitare enormemente i rispettivi Stati e lasciandone il peso sulle generazioni successive, fino ad oggi. Sono esplose pandemie come l’Aids, prima assenti. Il creato, dono di Dio, è stato spesso saccheggiato, inaridito, depauperato, inquinato, degradato. Le risorse naturali sono state sfruttate in modo disordinato e ingiusto dalle potenze e multinazionali, senza nessuna considerazione per le popolazioni locali. E i poveri abbandonati. A livello ecclesiale la Chiesa ha avuto uno sviluppo enorme, grazie anche alla spinta missionaria, ma purtroppo è stata spesso martirizzata, cosa che continua anche oggi. Basti pensare ai recenti casi della Nigeria, del Kenia, della Somalia, dell’Algeria, e l’elenco potrebbe continuare a lungo”.
Cosa dice ancora oggi il Concilio Vaticano II al popolo africano?
“Fondamentale resta la chiamata a essere sempre più Chiesa, famiglia di Dio, nel linguaggio dell’Esortazione apostolica ‘Ecclesia in Africa’. L’Africa deve sentirsi parte della Chiesa e dunque coinvolta nel cammino di santità della Chiesa stessa. Per l’ambito della carità, mi sembra che tra le novità più significative del Concilio Vaticano II vi sia stata quella di un rinnovamento del linguaggio e della pratica dell’amore verso tutti, ma soprattutto i poveri. In tal senso nuove forme di pastorale della carità a livello nazionale, diocesano e parrocchiale si sono diffuse enormemente e dovranno continuare a farlo. Occorre promuovere sempre più una ‘cultura della carità’, sia a livello individuale, sia organizzando sempre meglio le strutture pastorali caritative della Chiesa. Bisogna però mettere sempre al centro la dignità umana, promuovere uno sviluppo integrale, ripartire dai valori profondi dell’Africa predicati dal Vangelo, e non da quelli imposti dall’esterno. In una fase storica come quella che stiamo vivendo, in cui la crisi economica colpisce l’Europa, come molti altri Paesi del mondo, dovremmo forse ripartire proprio dall’Africa, come fece il popolo d’Israele a seguito della grande carestia che colpì tutta la regione ai tempi d’Isacco. Egli con tutta la sua famiglia seguì Giuseppe in Egitto. Anche la Sacra Famiglia di Gesù fuggì in Egitto a seguito delle persecuzioni. L’Africa costituisce un luogo dove si fugge in un momento di crisi. La crisi della carestia e della persecuzione, come pure la crisi che stiamo vivendo oggi. L’Africa però può anche essere un punto di ripartenza come fu per Israele e per la Sacra Famiglia. Forse oggi tutti abbiamo bisogno di ripartire, tutti abbiamo bisogno in un certo senso dell’Africa, dei suoi valori profondi: le relazioni umane più autentiche, la famiglia e soprattutto il senso di Dio”.
a cura di Patrizia Caiffa
(10 ottobre 2012)