50° CONCILIO
Eredità e “ricezione” del Vaticano II: ne parla il teologo Marco Vergottini
Del Concilio Vaticano II ha fatto, oltre che una ragione di studio, una vera e propria passione personale. Marco Vergottini, teologo laico, sposato, quattro figli, insegna Introduzione alla teologia e Storia della teologia contemporanea alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Già vice presidente dell’Associazione teologica italiana, è autore di libri sul Vaticano II (fra cui il recente “Perle del Concilio”), su Paolo VI e sulla teologia dei laici. È tra i fondatori e coordinatore del sito-web www.vivailconcilio.it. Il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali lo ha indicato alla Rai per fare da voce guida nel docu-film realizzato in occasione dei 50 anni di apertura dell’assemblea ecumenica, la cui prima parte va in onda la sera dell’11 ottobre.
Accesso personale ai testi biblici, partecipazione consapevole e diretta dei fedeli alla liturgia eucaristica celebrata nelle lingue nazionali, valorizzazione del laicato, dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo e con le altre fedi religiose… Sono alcuni tra i “punti di forza” dell’eredità conciliare sui quali lei va insistendo da tempo. In questo senso il Vaticano II ha segnato una fase nuova nella vita della Chiesa?
“Nell’approssimarsi dell’anniversario dei cinquant’anni dall’inizio dell’ultimo Concilio qualcuno potrebbe in effetti chiedersi quale senso abbia attribuire una forte rilevanza a questa ricorrenza. A tale riguardo, io credo che non si possa proprio fare a meno di tentare un tuffo rinfrescante nelle acque del Vaticano II. Obiettivamente, la vita della Chiesa in quest’ultimo periodo ha conosciuto al suo interno episodi molto poco evangelici che rattristano la coscienza dei credenti e sono di scandalo per ‘quelli di fuori’. Ebbene, se è vero che ‘il Concilio Vaticano II è stato ed è un autentico segno di Dio per il nostro tempo’ – e a dirlo è papa Benedetto XVI -, allora conviene proprio un ritorno alle sorgenti del Concilio”.
A proposito di eredità conciliare, a che punto si trova la ricezione del Vaticano II?
“Non si può liquidare in poche battute la questione, che oltretutto suscita nel dibattito ecclesiale non poche tensioni. Io resto convinto che nell’arco di cinquant’anni non siano pochi né irrilevanti i segnali di una Chiesa che è andata maturando una maggiore consapevolezza della sua identità di popolo convocato da Dio, della necessità di nutrirsi con abbondanza del tesoro delle Scritture, della necessità di promuovere una partecipazione attiva dei fedeli alla celebrazione liturgica. E l’elenco dovrebbe continuare… Certo, non bisogna nascondersi che si riscontrano ancora non poche resistenze a lasciarsi permeare dallo spirito conciliare; i difetti di un perdurante clericalismo, di uno strisciante carrierismo nella vita ecclesiastica, di un integralismo di ritorno nelle fila del cattolicesimo, rafforzano l’idea che la riforma reclamata dall’ultimo Concilio non sia pacificamente acquisita nella coscienza ecclesiale”.
Torniamo ai laici. Vari passi dei documenti conciliari ne sottolineano la vocazione secolare: cosa può significare oggi?
“Io credo che ancora oggi debba essere messa fruttuosamente a tema l’intuizione di Lumen Gentium 31, laddove il testo giunge all’affermazione secondo la quale i laici, proprio per la loro peculiare ‘indole secolare’, attuano la loro vocazione cristiana ‘non nonostante’, ma ‘attraverso’ l’esercizio dei quotidiani impegni e responsabilità nelle realtà temporali (famiglia, studio, lavoro, attività culturali, sociali, politiche…). È questa un’istanza che ha il pregio di riunificare la coscienza credente, evitando schizofrenie o compartimenti stagni sul fronte della testimonianza dei cristiani”.
Laici cristiani e bene comune. Cosa indica il Concilio in questa direzione?
“C’è una preziosa perla racchiusa in Gaudium et spes 75, secondo cui ‘tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica’, in cui i credenti sono sollecitati a considerare l’agire politico anzitutto non come un esercizio del potere, bensì come una pratica in cui è coinvolta la qualità umana del vivere. La fede ha il compito di nobilitare l’attività politica, mostrando come la sua verità consista ultimamente nella sua capacità di stimolare la ricerca e la pratica della giustizia sociale, così da rafforzare quelle condizioni di relazioni umane e di solidarietà capaci di promuovere una piena umanizzazione della convivenza civile. Non si tratta, però, soltanto di stabilire in astratto ciò che è giusto, ma di indicare che cosa è possibile e necessario ‘qui e ora’, in modo da escogitare percorsi praticabili onde pervenire al bene comune, valorizzando le risorse della sapienza politica e della tensione morale nel quadro delle dinamiche complesse del vivere odierno”.
In questa linea, la sfida di poter contare su credenti capaci di “stare dentro” al nostro tempo, diviene questione cruciale non soltanto per il servizio al bene comune, ma anche per la qualità stessa della testimonianza cristiana?
“Precisamente. L’urgenza di cristiani capaci di operare un discernimento culturale ed etico della vicenda storica in atto, operando una felice sintesi fra giudizio storico e vita cristiana, non è soltanto una ‘buona causa’, ma ultimamente una responsabilità irrinunciabile per la stessa Chiesa. La questione del futuro del cristianesimo si gioca precisamente nell’attitudine – o, inettitudine – dei credenti a interpretare il mutamento storico-civile, mostrando la vitalità del messaggio evangelico e l’attualità e possibilità dei suoi comandamenti”.
a cura di Gianni Borsa
(10 ottobre 2012)