50° CONCILIO - DOCUMENTI
La costituzione “Sacrosanctum Concilium”
Approvato, anzi “placet”: lo dissero 2.147 su 2.151 Padri radunati nel Concilio ecumenico Vaticano II. Era il 4 dicembre 1963, a poco più di un anno dall’inizio del grande evento conciliare veniva approvata la costituzione sulla sacra liturgia (“Sacrosanctum Concilium”). Non riguardava soltanto i frequentatori assidui o meno alle celebrazioni liturgiche, interessava tutti gli uomini. Non solo i cattolici, ma anche i laici e le altre confessioni cristiane. Immediatamente, forse, non se ne percepì il valore, il fatto rivoluzionario.
Il Concilio, visto dalla gente attraverso le straordinarie immagini televisive, doveva arrivare al popolo di Dio. Vi giunse attraverso una novità assai attesa da sacerdoti e laici: l’introduzione delle lingue “volgari” (da “vulgus”, cioè popolo), come si usava ancora dire. Per noi si trattava del passaggio dal latino, ormai incomprensibile ai più, alla lingua italiana.
Dopo la parziale esperienza acquisita in alcuni Paesi del mondo negli anni precedenti, già il 5 e 6 dicembre 1962, dopo lunghi dibattiti a volte molto accesi, i Padri del Concilio ecumenico adottarono il principio secondo il quale l’uso della madrelingua, nella Messa o in altre parti della liturgia, poteva essere spesso vantaggioso per le persone. In poco tempo tutto l'”orbe” cattolico fu contagiato. Per quale ragione? L’introduzione della lingua volgare promuove una migliore comprensione di quel che la Chiesa prega, poiché “la Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura della stessa liturgia e alla quale il popolo cristiano (…) ha diritto e dovere in forza del battesimo”.
In soldoni la Chiesa desiderava che i cristiani “capissero” il mistero che andavano celebrando e pregando. Del resto già le Chiese orientali pregavano nelle loro lingue, talvolta antiche, mentre i primi cristiani iniziarono in aramaico, poi in greco anche a Roma e finalmente in latino. Da tempo però si pregava “devozionalmente” nelle proprie lingue. A tal punto che – si passi il ricordo autobiografico – il mio parroco faceva celebrare la messa in latino dal cappellano, mentre traduceva e spiegava tutto in italiano allo stuolo di bambini.
Grande errore sarebbe, tuttavia, ridurre la riforma della liturgia al fenomeno più evidente e tutto sommato di superficie, visto che la lingua è pur sempre uno strumento per comunicare. La traduzione nelle lingue dei popoli significava la palpabile universalità della Chiesa, che bucava definitivamente il suo confine europeo-occidentale. Del resto il secolo scorso è stato il secolo della grande evangelizzazione dei popoli africani.
La riforma riportava la liturgia al centro della vita cristiana. Con termini latini la portava a costituire, anche se mai era stato dimenticato, la fonte e il culmine (“fons et culmen”) della vita di ogni credente e della Chiesa intera. Cristo continua la sua opera di salvezza, la attua per ciascun cristiano, ciascun uomo nell’atto liturgico. La liturgia, l’Eucaristia e tutti i sacramenti rendono contemporanea a ciascun uomo la redenzione di Cristo. Quando si battezza, davvero il bambino diviene figlio di Dio. Quando si consacra il pane e il vino, davvero divengono Corpo e Sangue di Cristo. Così è per il perdono. L’azione liturgica è – per dirla con la linguistica moderna – un atto performativo, cioè che fa quello che annuncia.
Di fatto la realizzazione del documento conciliare era così importante e suscitò tali aspettative che Paolo VI sentì il bisogno d’istituire una Commissione internazionale formata da ben 250 esperti chiamati da tutto il mondo. Non andrebbe dimenticato che all’inizio del secolo era vivace un forte movimento liturgico. Occorreva non solo tradurre i testi e i riti liturgici dei sacramenti e della preghiera liturgica in genere, arricchendoli di Sacra Scrittura, ma soprattutto era necessario svecchiarli, ossia realizzare l'”aggiornamento” secondo gli intenti di Giovanni XXIII.
Iniziò, tra non poche difficoltà, resistenze e fughe in avanti una grande purificazione dalle incrostazioni storiche, l’adattamento alle culture e ai popoli. Sul tronco del rito romano, per quanto riguarda i cattolici di rito latino, vennero innestati piccoli e significativi elementi indigeni. La liturgia è divenuta così luogo di unità, tenendo insieme internazionalizzazione e inculturazione. Esemplare fu in quest’opera Giovanni Paolo II nelle celebrazioni durante le sue visite nel mondo ma anche in San Pietro. La Chiesa ha anticipato la globalizzazione anche attraverso la liturgia, coniugando insieme “universale e locale” in un processo che non può essere mai concluso, guidato dal Santo Padre in unione con i vescovi e le loro Chiese locali.
Bruno Cescon – liturgista
(12 ottobre 2012)