INSEGNANTI
Azione cattolica: oggi convegno e documento sulla scuola
Prendersi cura, corresponsabilità, partecipazione, accoglienza e professionalità. Sono, questi, i "connotati dell’essere buoni insegnanti per questo tempo" contenuti nel documento dell’Azione cattolica "Nella scuola con stile, per costruire il domani" che il Consiglio nazionale dell’associazione ha approvato e reso noto in occasione del primo incontro nazionale degli insegnanti che provengono dall’esperienza di Azione Cattolica, che si è tenuto oggi alla Domus Pacis di Roma. (www.azionecattolica.it)
Quel valore aggiunto. L’impegno, si legge nel documento, è finalizzato a "tenere vivo il dibattito sulle problematiche educative, consapevoli che questo nostro tempo necessita di un supplemento di pensiero condiviso". Il "prendersi cura" è in quest’ottica fondamentale perché "la centralità del soggetto si concretizza attraverso un’autentica cura della relazione educativa tra insegnante e alunno", intesa come relazione che "apre all’incontro con l’altro, accolto e considerato nella sua originalità". Per "corresponsabilità" si intende l’alleanza scuola-famiglia, per cui "occorre restituire a chi lavora nella scuola quel valore aggiunto di considerazione, autorevolezza, adeguato riconoscimento" che consenta all’insegnamento di essere "una vera e propria arte, una vocazione, una passione viva capace di contribuire alla crescita umana, culturale e civile della società di oggi e di domani".
Le fondamenta della società. La "partecipazione" è importante in quanto la scuola, "comunità educante" e "realtà intessuta di relazioni e incontri", è "in grado di trasmettere e condividere quei valori che favoriscono e accrescono il comune senso di appartenenza". L’insegnante è chiamato così "a intessere reti virtuose nel territorio in cui la scuola opera, affrontando insieme le inevitabili difficoltà che quotidianamente si presentano". La scuola è "di tutti e di ciascuno", per questo è indispensabile l’ "accoglienza": l’esperienza scolastica, dunque, "pone le fondamenta del vivere sociale: a scuola si imparano la bellezza e la fatica della convivenza nella diversità" se l’insegnante è "in grado di creare ambienti di apprendimento accoglienti e sereni, in cui lo star bene insieme e il volersi bene siano considerati obiettivi formativi principali". Insegnanti appassionati e autentici sono caratterizzati infine dalla "professionalità", che sia capacità "di favorire negli studenti una costruzione del sapere davvero capace di abbracciare l’intera esistenza del soggetto che apprende, superando una concezione statica e meramente trasmissiva del conoscere e dell’imparare".
Una cultura della vocazione. L’impegno a "rimettere al centro la professione degli insegnanti" secondo "un’idea alta di scuola" è stato ribadito dal presidente di Ac, Franco Miano, che ha evidenziato la necessità di costruire una "cultura della vocazione educativa", indispensabile se vogliamo "mettere al centro della formazione l’integralità della persona" e "rendere belle le nostre scuole, a partire dalla vocazione degli insegnanti". In quest’ottica, ha detto Miano, va inquadrato "uno dei compiti più tipici di un insegnante: lavorare perché possano rinsaldarsi legami di vita buona". Nel suo messaggio, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha dichiarato che i docenti sono "veri eroi moderni per la missione di cui si fanno carico e per le fatiche che spesso sopportano", e meritano di più: "è una sfida grande quella che abbiamo davanti a noi, ma possiamo vincerla con un cammino di corresponsabilità che veda coinvolti tutti" e che "aiuti gli studenti a sentirsi accompagnati nel loro percorso di crescita e maturazione".
Imparare a pensare. "Istruire dà solo mezzi, ‘educare’ implica che ci siano fini. Essendo l’uomo un animale culturale, a differenza degli altri animali egli ‘nasce gradualmente’ e attraverso la cultura", ha esordito Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la Pastorale della cultura di Palermo. Alla scuola, assieme alla famiglia, spetta il "compito di unificare la vita e il soggetto, e cioè educare alla cura dell’essere", ossia al "superamento del dualismo tra scuola e vita reale: dal ‘libro-quadro’al ‘libro-finestra’", ma anche "imparare a pensare, attraverso le discipline, il mondo e se stessi".
La grammatica della vita. Nel corso di una tavola rotonda è stata data voce alle esperienze di docenti operanti nella realtà associativa cattolica: "Per gli alunni è importante vedere che la comunità educante si prende cura di loro, d’altra parte se non ci sono relazioni umane non si può costruire democrazia", racconta Albertina Balestrieri, docente di storia e filosofia. Rosanna Trinchera insegna da vent’anni e, "dopo sette anni nelle scuole primarie, è arrivata l’esperienza di un istituto agrario" dove, spiega, "ho cercato di portarmi dietro il cuore di maestra. Ho colleghi agronomi con le mani ruvide per l’abitudine a curare le piante, ma che con grande finezza d’animo si pongono davanti alle vicende dei ragazzi". La scuola ha bisogno della "grammatica della vita" per rispondere alle esigenze degli studenti: "sicurezza, accoglienza, partecipazione, autonomia. E responsabilità, che più che insegnata, va testimoniata".
Educare la primizia del mondo. "A chi mi chiede perché ho fatto questo lavoro io rispondo ‘perché ne vale la pena’", racconta Paolo Reneri: "Non lo si fa per soldi, né per comandare. Ma perché è utile, per me è il lavoro più bello del mondo". Francesca Zancotti ha scelto di fare l’insegnante di scuola primaria "pensando alla scuola come un grande privilegio, come lo era per me, figlia di persone semplici. Lavoro con la primizia del mondo e il germe della civiltà futura" e "se dovessi definire le caratteristiche di un insegnante direi: appassionato (dell’uomo, dei colleghi, dei bambini), responsabile e corresponsabile (di un progetto di vita buona, bella e giusta), fedele nelle situazioni e nelle problematiche e fiducioso nel futuro".