50° CONCILIO - DOCUMENTI
Il decreto “Perfectae Caritatis”
Va ricordato innanzitutto che il Concilio Vaticano II (1962-1965) è il primo in assoluto a parlare con ampiezza della vita religiosa (oggi si preferisce la dizione “vita consacrata”). Inoltre, mentre i Concili precedenti si erano limitati a pochi accenni di carattere giuridico e disciplinare, dall’insieme dei testi prodotti dall’ultima assise conciliare, unitamente a molti spunti pastorali, si possono ricavare precise indicazioni teologiche. Di fatto, il Vaticano II s’interessa della vita religiosa principalmente in due documenti di diverso spessore: la costituzione dogmatica “Lumen Gentium” sulla Chiesa, al capitolo VI (I religiosi), e il decreto “Perfectae Caritatis” (le prime due parole latine che, contestualizzate, significano: “Il raggiungimento della carità perfetta per mezzo dei consigli evangelici”) sul rinnovamento della vita religiosa. Come molti altri documenti, anche questo ebbe un iter travagliato con più stesure, per cui giungerà in porto solo alla settima sessione in cui viene finalmente approvato alla quasi (meno quattro voti) unanimità: siamo al 28 ottobre 1965, quaranta giorni prima della chiusura del Concilio. Sostanzialmente si tratta di un documento di carattere pratico-applicativo, anche se non sprovvisto d’ispirazione teologica, che intende “occuparsi della vita e della disciplina di quegli istituti i cui membri fanno professione di castità, di povertà e di obbedienza, e insieme provvedere alle loro necessità secondo le odierne esigenze” (“Perfectae Caritatis”, n. 1).
I suoi venticinque paragrafi integrano le ricchezze della prospettiva cristologica, ecclesiologica ed escatologica. Si sottolinea, cioè, l’intimo rapporto dei religiosi con Cristo, per cui la sequela Christi prende decisamente il posto delle ambigue e fuorvianti teorie della “vita angelica” e dello “stato di perfezione”: l’unico stato di perfezione è la vita cristiana. S’insiste, poi, sull’intimo legame tra religiosi e Chiesa – concretamente la Chiesa locale – dal momento che, prima di appartenere a un istituto, ogni religioso appartiene alla Chiesa e deve sentirsi inserito nella sua logica pastorale e missionaria. Si giunge, per questa via, a comprendere come la vita religiosa sia interamente nella Chiesa, per la Chiesa e della Chiesa: mai e poi mai essa deve porsi come Chiesa parallela e ancor più alternativa. Infine, la vita religiosa è riferita al futuro di Dio che attende e invoca in atteggiamento orante e nell’esercizio della carità. Questo risalta in modo particolare dal vissuto di celibato “per il Regno dei Cieli” (Mt 19,12), “segno particolare [non esclusivo, ndr] dei beni celesti” (n. 12).
Qual è, secondo il documento, la via maestra per realizzare il rinnovamento? Notando, tra l’altro, che se tutto il Concilio Vaticano II è affaticato intorno al rinnovamento della Chiesa, solo nel titolo del nostro documento, che non è tra i più audaci, si parla di “accomodata renovatio”, vale a dire rinnovamento. Ecco la risposta: “Il rinnovamento della vita religiosa comporta allo stesso tempo (simul) il continuo ritorno alle fonti di ogni vita cristiana e all’ispirazione originaria degli istituti, e il loro adattamento alle mutate condizioni dei tempi” (n. 2a). Il che significa né archeologismo né contemporaneità a tutti i costi, quanto piuttosto conversione al presente senza perdere contatto con lo spirito delle origini, rinnovamento coniugato e misurato sulla fedeltà, con la necessità – quando se ne manifesti il bisogno – di abbandonare alcune cose, riequilibrarne altre, intraprenderne di nuove. Il tutto sulla scia di cinque princìpi generali di rinnovamento presentati (sempre al n. 2) come irrinunciabili: 1. la fedeltà al Vangelo; 2. il riferimento al carisma storico dell’istituto; 3. la vita della Chiesa; 4. l’attenzione al mondo contemporaneo; 5. il rinnovamento spirituale personale. Forse sarebbe stata più efficace la sequenza 1-3-5-2-4, per mantenere in evidenza il riferimento della vita religiosa alla Chiesa e porre l’accento su una testimonianza al mondo frutto di conversione.
Tra i testi più significativi di “Perfectae Caritatis” spicca il n. 15, dove si parla della vita comune passando dalla centralità dell’autorità a quella della fraternità, primo passo di una strada che sarà sempre più battuta, fino alla vigorosa sintesi di Giovanni Paolo II in “Vita Consecrata” (1996) ai nn. 41-71, il capitolo II intitolato “Signum fraternitatis. La vita consacrata segno di comunione nella Chiesa”. Prima di parlare dell’apostolato, inoltre, “Perfectae Caritatis” tratta ampiamente del primato della vita spirituale (n. 6), un’insistenza che acquisterà valore col passare degli anni, soprattutto con l’indebolirsi della vita consacrata a livello di attrattiva vocazionale e di gestione di grandi opere. Scrive Giovanni Paolo II: “È proprio la qualità spirituale della vita consacrata che può scuotere le persone del nostro tempo, anch’esse assetate di valori assoluti, trasformandosi così in affascinante testimonianza” (“Vita Consecrata”, n. 93).
Ugo Sartorio – direttore del “Messaggero di sant’Antonio”
(17 ottobre 2012)