COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA

Come essere felici?

Trent’anni di lavoro, impegno e lotta per una solidarietà nei fatti

Il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) compie trent’anni. "Trent’anni di lavoro, impegno e lotta" ha detto don Armando Zappolini, presidente nazionale del Cnca, intervenendo oggi al convegno "Felicità, accoglienza, unità di vita. Cercando baricentri per dare futuro al welfare" organizzato a Milano a Palazzo Reale nel contesto delle celebrazioni dell’anniversario. Il Cnca è un’associazione di promozione sociale organizzata in forma federale su base regionale, a cui aderiscono 250 organizzazioni, presenti in quasi tutte le regioni d’Italia, fra cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato ed enti religiosi. Ogni anno la Federazione si fa carico di 35.000 persone nei settori del disagio, dell’emarginazione e della promozione del benessere sociale. In Lombardia, regione che ha ospitato l’assise, la federazione Cnca conta 35 gruppi.

La difesa del Welfare. "Siamo frutto di una bella storia, persone che hanno acceso sentimenti – ha proseguito il presidente nazionale – ora dobbiamo cogliere le sfide del cambiamento e preservare il welfare: stiamo facendo battaglie sui livelli di assistenza e sulla priorità di destinazione delle risorse. Non possiamo accettare la politica che ci dice ‘non ci sono i soldi’ e poi spende per comprare i cacciabombardieri e non tassano i patrimoni. Invece i diritti vanno riconosciuti: sono la priorità. È inaccettabile la mentalità per cui quando avanzano dei soldi allora possiamo spenderli per i poveri. Il welfare deve essere riconosciuto come motore di sviluppo. Infine dobbiamo dire ‘no’ alla delega assistenziale: il pubblico non può dare le risorse e poi dire ‘pensateci voi’. Il nostro è un lavoro che si fa in rete con il pubblico".

Accoglienza e felicità. "Nel titolo di questo incontro – ha proseguito don Zappolini – ci sono le due parole chiave della nostra esperienza: felicità e accoglienza. Anche fatti recenti di cronaca, come il caso veneto del piccolo Leonardo, tramettono l’immagine della comunità per minori come un luogo alternativo alla prigione: quindi non un luogo dove si trova felicità. Invece la felicità è anche il senso più profondo del nostro impegno, qualcosa cui tutti hanno diritto di poter aspirare; sempre, anche nelle situazioni più difficili". "La ricerca della felicità è l’obiettivo della vita di ciascuno di noi: viviamo per essere felici": lo ha confermato Arnaldo De Giuseppe, responsabile della comunità "Casa del Po" di Pegognaga (Mn), parlando della filosofia dell’accoglienza nelle comunità familiari. Nel suo intervento ha spiegato che le comunità d’accoglienza "non sono solo servizi, sono un progetto di vita": "Lo faccio perché mi piace, mi fa stare bene. Mi fa sentire al mio posto. Ci spinge il desiderio di essere autenticamente famiglia, cui aspetto costitutivo è l’accoglienza. L’accoglienza portata all’esterno come scelta consapevole assume una valenza sociale. Siamo di fronte a un sentimento di paura diffusa. L’accoglienza è segno di speranza".

La ricerca della felicità. "Nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti si parla di diritto per tutti gli uomini ‘alla libertà’, ‘alla vita’ e alla ‘ricerca della felicità’. Non diritto alla felicità, ma alla sua ricerca. Perché la felicità non è un diritto – ha spiegato il pedagogista Igor Salomone -, altrimenti vi sarebbe un dovere a garantirla da parte di chi educa. E sarebbe una felicità ‘chiavi in mano’". Ricerca della felicità di cui già parlava Socrate, ha aggiunto l’epistemologa Luigina Mortari, e di cui l’uomo può godere solo se riesce a condividerla con altri in un rapporto di amicizia. Compito dell’educatore (professionale o genitore) è aiutare a discernere tra dei "’modelli’ di felicità". "La società del benessere è fondata sulla trasformazione della felicità in merce. Un uomo e una donna che educano devono avere la capacità di leggere criticamente i modelli dominanti che dicono in che modo essere felici. Gli educatori devono essere critici dell’ideologia. Ma devono stare attenti a non imporre il loro modello di felicità o di infelicità. Lo stesso caso di cronaca del bambino Leonardo – ha ribadito Mortari – mostra un caso di imposizione di modello di infelicità. Altri hanno deciso a chi il bambino non deve volere bene. Quindi in definitiva un percorso di educazione alla felicità è un cammino di ricerca del suo senso. Attraversando i luoghi del mondo, non inventandosi luoghi immaginari e fantastici. Quindi quali educatori nelle comunità? Uomini e donne che hanno voglia di imparare le virtù che servono per quello che stanno facendo. Non si può coltivare la virtù dell’altro senza coltivare la propria".

a cura di Paolo Rappellino (Milano)