GIOVANI E LAVORO
Pochi restano con le mani in mano: una ricerca dell’Istituto Toniolo
La disoccupazione giovanile, come è noto, ha raggiunto negli ultimi mesi livelli record, con punte fino al 50% in alcune Regioni del Sud. L’Italia è tra i Paesi europei con più basso tasso di occupazione giovanile e più elevata quota di Neet ("Not in Education, Employment or Training"), ovvero di under 30 che non studiano e non lavorano. Per capire come questa condizione stia incidendo sulla vita dei giovani, l’Istituto Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha commissionato all’Ipsos l’indagine "Rapporto Giovani", con il sostegno della Fondazione Cariplo e il contributo scientifico di un gruppo di docenti dello stesso ateneo. Si è trattato della più vasta indagine sul mondo giovanile in Italia, condotta su un campione di 9.000 giovani tra i 18 e i 29 anni. Ne proponiamo una sintesi.
Disposti a "fare esperienza". Anzitutto la ricerca prende in considerazione i giovani che lavorano, poco più di due terzi nelle zone dell’Italia a più alta intensità economica, e circa uno su due nelle Regioni meno sviluppate. Ebbene, di questi giovani che pure possono ritenersi "fortunati" ad avere un’occupazione e un reddito, più del 45% non è soddisfatto del proprio lavoro. La risposta a questa insoddisfazione è comunque "matura": ci si "accontenta", adeguandosi a stipendi più bassi del dovuto e accettando occupazioni non coerenti con il titolo di studio (47%).
Perché si lascia, perché si cambia. A proposito della soddisfazione dal punto di vista "finanziario", la ricerca evidenzia che prevalgono i non soddisfatti (55%), valore che rimane elevato anche per i laureati (52%). Per chi ha almeno un’esperienza lavorativa alle spalle, il motivo di perdita del primo lavoro consiste, per circa la metà dei casi, nella scadenza del contratto (46,1%) e comunque meno del 15% ha lasciato perché insoddisfatto del lavoro senza avere altre alternative. Chi lascia il lavoro, pertanto, lo fa solo se ne ha già trovato uno migliore: infatti tra chi è occupato la percentuale di chi ha lasciato il primo lavoro per uno nuovo sale a oltre il 35%.
L’estero come risposta alla crisi. La ricerca dedica poi uno spazio considerevole alla crescente propensione dei giovani a dire "goodbye" al proprio Paese e a dirigersi verso Paesi esteri più promettenti, pur di trovare lavoro che in Italia non si trova ormai quasi più. L’Istituto Toniolo parla di disponibilità alla "fuga" verso l’estero, ma una fuga ragionata, un rischio da correre piuttosto che soccombere all’inazione. Infatti, quasi il 50% dei giovani (48,9%) si dice pronto a emigrare, mentre la quota dei resistenti è al di sotto del 20%. I più propensi a muoversi sono i giovani del Nord (52%) e di sesso maschile, mentre tra le ragazze prendono in considerazione l’espatrio non più di un terzo. La disponibilità a muoversi è comunque più alta tra i laureati che tra i giovani con titoli di studio inferiori, facendo dire ai ricercatori che non siamo di fronte soltanto al fenomeno del "brain waste", spreco dei cervelli, ma a una vera e propria "fuga" con impoverimento del nostro Paese che perde le persone formate insieme alle loro competenze.
Strategie difensive. Altri fenomeni e tendenze che emergono dalla ricerca riguardano il progressivo ricorso a Internet per cercare lavoro, benché rimanga elevato il sostegno offerto dalle famiglie che mettono in moto tutte le proprie "conoscenze" pur di trovare un posto al figlio (40%). Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale all’Università Cattolica, commenta i dati notando che "è ben chiara la logica del darsi da fare". I giovani, cioè "non attendono passivamente che i tempi siano migliori ma hanno già imparato ad affrontare la crisi, mettendo in atto alcune strategie occupazionali e accettando anche salari bassi e impieghi non totalmente soddisfacenti pur di lavorare". Questo ha delle ripercussioni, non immediate ma di natura per così dire "politica", in quanto i giovani si rendono conto di vivere in un contesto particolarmente difficile e che realtà quali Governo, Parlamento, partiti, politica, ecc. non li aiutano. Pertanto crolla anche il loro grado di fiducia verso queste realtà, con il minimo del 7% nei confronti dei partiti, mentre mantiene percentuali accettabili la fiducia verso i Comuni (29%) e verso l’Europa (41%). La situazione più critica – viene la conferma dalla ricerca – riguarda proprio i "Neet", che rappresentano oltre il 20% dei giovani sotto i 30 anni: per loro c’è molta demotivazione e delusione.