GIOVANI

Priorità di vita

Lavoro e famiglia: incertezze e speranze in una ricerca Ial-Cisl

Foto Siciliani-Gennari/SIR

"I giovani considerano il lavoro e la famiglia come due certezze. Sono disponibili a qualsiasi tipo d’impiego, ma hanno paura dell’incertezza del posto; la famiglia, poi, resta il punto di riferimento nella fase di transizione verso il lavoro": così Graziano Trerè, amministratore unico Ial nazionale (ente della Cisl per la formazione, la qualificazione e l’aggiornamento professionale, culturale e sociale dei lavoratori, giovani e adulti) ha sintetizzato i risultati della ricerca su "Il futuro delle nuove generazioni in Italia", focalizzata sulle dimensioni del vissuto giovanile nell’era della precarietà. Presentata oggi a Roma, la ricerca è stata realizzata dall’istituto di ricerche Demopolis per conto dello Ial nazionale e della Cisl su un campione di giovani italiani tra i 18 e i 34 anni. Info: www.ialnazionale.it.

Cresce il pessimismo. I dati parlano chiaro: per il 91% dei giovani intervistati "l’occupazione è una priorità di vita", superando, tra le cose importanti, il primato della famiglia (90%). Il 71% ha dichiarato che "oggi è preferibile fare qualsiasi lavoro purché remunerato". Il 78% pensa che ciò che conta di più per entrare nel mondo del lavoro è "conoscere persone che contano", mentre il 32% pensa che sia necessario "lavorare con impegno". Nella percezione di più di sei intervistati su dieci, "chi studia oggi occuperà in futuro una posizione sociale ed economica meno privilegiata rispetto alle precedenti generazioni". Il pessimismo aumenta tra coloro che hanno elevata scolarizzazione in quanto pensano che per i laureati "l’ascensore sociale è fuori uso". Il 72% lamenta la discontinuità del lavoro: a circa 7 su 10 manca un reddito adeguato per pianificare la propria vita presente e futura, ma c’è anche discontinuità della retribuzione (65%). La maggioranza assoluta dei giovani (55%) non sa quali siano oggi "i settori con più alte opportunità d’inserimento lavorativo".

Sfiducia. C’è poca fiducia nel futuro: dall’indagine è emerso che le nuove generazioni si "adattano in modo remissivo e agiscono pensando all’oggi, senza determinismi e illusioni". Alla domanda in che condizione pensano di trovarsi tra cinque anni, quattro giovani italiani su dieci hanno risposto "con un lavoro non stabile", solo il 22% si vede "stabilizzato e ben retribuito"; un quinto pensa che si troverà ancora nella condizione di chi cerca occupazione, un pessimismo che cresce fra le donne. Tutto ciò accresce i timori rispetto alle prospettive lavorative: il 70% ha paura di restare senza lavoro o di averne uno precario (61%), il 60% di non riuscire a costruire famiglia, il 56% di non maturare la pensione, il 53% di non poter risparmiare o acquistare una casa (51%).

Conta poco la formazione. Quattro su dieci hanno trovato lavoro grazie ad amici e parenti, per un quinto è frutto di "personale dinamismo", cioè assunzione a seguito di autocandidatura; si trovano sotto il 10% tutti gli strumenti d’inserimento lavorativo ufficiali: selezioni, concorsi, evoluzione di stage o tirocini, utilizzo dei centri per l’impiego e agenzie di lavoro. Il 60% ha dichiarato di "aver imparato le competenze tecnico-professionali utili alla mansione svolta direttamente sul lavoro"; solo una minoranza ha riscontrato nei percorsi scolastici o formativi vera utilità a fini occupazionali.

Punto di forza. Alla famiglia sono "riconosciute funzioni sussidiarie, di welfare". La permanenza nel nucleo familiare d’origine è una condizione forzata, ma la famiglia "rimane importante nelle nuove generazioni e alimenta la dimensione delle aspirazioni". Nel segmento dei giovani/adulti, la famiglia è "punto di forza d’origine e prospettiva attesa e desiderata".

Apprezzare il lavoro. Per il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, "bisogna creare le condizioni affinché sia migliorata la formazione tecnica perché è in questo settore che le imprese cercano personale; serve inoltre una formazione più aperta all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, favorendo i giovani nel realizzare esperienze internazionali e capire che non ci sono più solo i lavori tradizionali, ma anche l’occupazione attraverso la creazione di nuove imprese". "Un settore che potrà creare occupazione – ha proseguito il ministro – è quello del non profit". Secondo Ivanhoe Lo Bello, vicepresidente per l’education di Confindustria, "occorre costruire collegamenti tra scuola e mondo del lavoro". Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, ha posto l’accento sul fatto che c’è un’urgente necessità di "ritrovare energia morale e spirituale per ricostruire la fiducia nei giovani", Michele Colasanto, ordinario di sociologia all’Università Cattolica di Milano, ha chiuso il dibattito sottolineando che "bisogna dare ai giovani una diversa immagine del futuro". In questi ultimi anni "si è troppo svilito il lavoro in sé a causa della deindustrializzazione che ha provocato il deprezzamento del lavoro che vediamo oggi". Occorre creare "condizioni dentro le quali i giovani possano fare da sé" e bisogna "apprezzare di nuovo tutto il lavoro e il lavoro di tutti".