INFORMAZIONE

Bavaglio o rispetto?

Libertà d’informazione e tutela dei cittadini dalla ”macchina del fango”

È all’esame dell’aula del Senato il disegno di legge per la riforma della diffamazione a mezzo stampa. L’obiettivo è evitare il carcere per i giornalisti che vengano condannati per questo reato, ma al tempo stesso rafforzare le garanzie in termini di rettifica e sanzioni pecuniarie. Francesco Rossi, per il Sir, ne ha parlato con Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione all’Università Cattolica.

Che giudizio dà del provvedimento in discussione al Senato?
"Il problema, effettivamente, c’è. La norma che condanna al carcere è odiosa, emanata in un’epoca storica in cui veniva punito il dissenso. Detto questo, non mi associo al coro corporativo di quanti la bollano come una ‘norma bavaglio’. Dobbiamo mantenere, innanzitutto, la responsabilità per omesso controllo del direttore? Sì, una qualche forma di responsabilità ci vuole: i direttori prendono lauti stipendi anche perché grava su di loro questo ruolo di vigilanza".

Alcuni di loro lamentano l’impossibilità, nel ciclo sempre più vorticoso dell’informazione, di controllare tutto…
"Si può prendere atto che la macchina del lavoro editoriale è diventata più complessa, e magari immaginare un ufficio di direzione con tre o quattro vicedirettori che rispondano allo stesso modo del direttore… Ma un responsabile ci dev’essere. In secondo luogo, se alcuni direttori dedicassero più tempo alla preparazione del prodotto editoriale loro affidato, penso che questo problema passerebbe in secondo piano. In sintesi, è sbagliato abolire la responsabilità per omesso controllo, semmai la si può ridefinire".

Le sanzioni salate vengono viste come un deterrente per il giornalismo d’inchiesta o comunque "scomodo". È così?
"No. È giusto abolire il carcere, ma le sanzioni pecuniarie devono essere consistenti, altrimenti il rischio è che i giornalisti abbiano buon gioco a gettare fango. Non vorrei che dietro questa presa di posizione così veemente ci fosse il tentativo di ottenere un atteggiamento più morbido, laddove la posta in gioco, come nel caso della pubblicazione delle intercettazioni di gente che nulla ha a che fare con le inchieste, è la dignità delle persone, la privacy delle famiglie e dei congiunti. Sanzioni pecuniarie elevate costituiscono un buon deterrente, come pure concordo con chi chiede, in aggiunta, sanzioni disciplinari efficaci".

A questo riguardo si lamenta, a volte, la lentezza dell’Ordine dei giornalisti e la tendenza dei media a essere una "casta"…
"I giornalisti hanno perso credibilità. Vorrei che non facessero battaglie corporative, ma dimostrassero con i fatti d’impegnarsi a rispettare quelle norme deontologiche che loro stessi si sono dati. I cittadini chi li protegge dagli abusi dell’informazione? Se Ordine e sindacato non riconoscono l’esistenza di giornalisti che ‘fanno politica’ e tradiscono la loro missione, ponendosi all’antitesi del giornalismo deontologicamente ispirato, com’è possibile contribuire a un recupero di credibilità? Prendiamone atto, con onestà intellettuale, dopodiché potremo ragionare di libertà d’informazione, strapotere degli editori, condizionamenti della politica…".

La rettifica, così come descritta dal disegno di legge, rischia d’imbavagliare l’informazione e, all’estremo opposto, è sufficiente per correggere una notizia sbagliata?
"Ci sono giornalisti scrupolosi che ammettono l’errore, quando capita, e cercano di rimediare. In alcuni casi la rettifica può non essere esaustiva per riparare al danno commesso con una notizia errata, ma dimostra l’atteggiamento contrito del professionista dell’informazione. Nel comminare una sanzione, comunque, bisogna distinguere tra recidivi, che diffamano consapevolmente, perché portano avanti determinate battaglie, magari anche politiche, e giornalisti che sbagliano non per dolo, pubblicando notizie lesive dell’onore di qualcuno ma nel convincimento di fare un servizio pubblico, e se riconoscono di aver commesso un errore rimediano".

Per le testate on line la persona che si ritiene danneggiata può chiedere "ai siti internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori", rivolgendosi, in caso di rifiuto, al giudice. Non è, questa, una limitazione?
"Sul web le notizie hanno più risalto perché vi sono i motori di ricerca, i sistemi d’indicizzazione ecc. Ma se sono sicuro della mia notizia, so che non è una ‘bufala’, non la cancello. Per correttezza pubblico la lettera di rettifica che ho ricevuto, ma non sono obbligato a togliere l’articolo on line: semmai sarà il Tribunale a decidere in merito".

Se questo provvedimento dovesse diventare legge cosa cambierà nel fare informazione?
"Come ho già detto non credo che si tratti di una legge bavaglio per le sanzioni elevate, ma di una legge di civiltà che evita, da una parte, il carcere ai giornalisti, però allo stesso tempo tutela i cittadini quando vengono ingiustamente colpiti da campagne mediatiche diffamatorie, spesso con un ispiratore e degli esecutori. Questo provvedimento dovrà essere approvato solo se ci sarà la consapevolezza che è il caso di evitare il carcere, ma pure di rafforzare le garanzie per il cittadino".