SAN GIULIANO DI PUGLIA

Ventisette rintocchi

Ieri una fiaccolata e la campana hanno ricordato i 27 bimbi morti nel terremoto del 2002

Una fiaccolata e ventisette rintocchi di campana per San Giuliano di Puglia. Si è chiusa così, ieri sera, la commemorazione del terremoto che il 31 ottobre di dieci anni fa strinse la comunità intorno alle macerie della scuola "Iovine", trappola mortale per 27 bambini e un’insegnante. Le vittime del sisma furono complessivamente trenta.

Un nuovo inizio. Da quel momento San Giuliano è cambiata, non solo perché quasi un’intera generazione è stata cancellata dall’anagrafe cittadina: il terremoto ha creato macerie anche tra i rapporti umani. Lo si percepisce ovunque: finestre chiuse, persone che non hanno accettato il dolore e preferiscono sparire in questi giorni, mamme emarginate "perché il proprio figlio è un superstite". Comitati vittime, cause su cause e ricerca forsennata di colpe e condanne, però, non restituiranno alle famiglie i loro cari morti sotto le macerie. "Ricordiamo un dolore che ha ferito in modo indelebile i nostri cuori – afferma Clementina Simone, la maestra estratta viva dalla scuola –, un dolore che ci lacera e, spesso, ne siamo sopraffatti. Nuove prove e pochi sprazzi di serenità; lacrime che restano nel cuore, imprigionate da troppo tempo, ma, sotto l’ala protettiva di Dio, dobbiamo ritrovare la voglia e la fiducia di ricominciare, ricordando quell’unità iniziale, e andare avanti, verso un’altra prospettiva, per ritrovare la fiducia nella vita e nel domani". In questi giorni è stata ricordata soprattutto la solidarietà, la vicinanza e quel progetto di prossimità della Caritas italiana che è stato poi riproposto a L’Aquila nel 2009 e in Emilia quest’anno. Durante la cerimonia è stato il messaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha evidenziato: "Drammi così non abbiano a ripetersi".

Essere prossimi. Nell’ambito delle iniziative volute per fare memoria di questo giorno, alla vigilia del decimo anniversario si è svolto un incontro per testimoniare quanto "nasce dalle macerie dei terremoti", con la partecipazione dei vescovi di L’Aquila e Carpi, mons. Giuseppe Molinari e mons. Francesco Cavina, dell’allora vescovo di Termoli-Larino, mons. Tommaso Valentinetti, e dell’attuale vescovo della diocesi, mons. Gianfranco De Luca. "È stata la Chiesa a ritessere i tanti rapporti scuciti; una Chiesa presente che ha saputo restarci accanto e alleviarci il dolore", raccontano alcuni sangiulianesi. "Ero a Chieti quel 31 ottobre – ricorda mons. Tommaso Valentinetti – facevo scuola a dei seminaristi, sentimmo una forte scossa, provai a contattare don Ulisse Marinucci, parroco di San Giuliano da appena venti giorni, ma non c’era copertura telefonica, i cellulari, ancora oggi, non hanno segnale a San Giuliano, ma in molti mi avvisarono della gravità. Corsi a San Giuliano ed erano già all’opera i Vigili del fuoco e tanti volontari: mani insanguinate di speranza. C’erano bimbi allineati perché estratti senza vita e genitori in attesa nella speranza che il proprio figlio fosse ancora vivo sotto le macerie". "Da noi doveva nascere la speranza – continua mons. Valentinetti – e volli farmi prossimo stando accanto a quella gente smarrita e spaventata. Si maturava la certezza di una catastrofe, un qualcosa che sarebbe stato difficile da accettare. Con la Caritas avviammo un itinerario di prossimità che incluse i tanti Comuni colpiti da quelle scosse". "Fu un cammino lungo, ma ricostruire la speranza – conclude il vescovo – fu il nostro motto, un motto dal quale oggi si vuole ripartire".

Unità e condivisione. "Scavando e piangendo a L’Aquila – ricorda mons. Giuseppe Molinari – abbiamo riscoperto tante cose. Io sono vivo per miracolo e in tanti hanno perduto gli affetti; in quel momento ci siamo sentiti smarriti, ma quanto amore e quanta solidarietà abbiamo sperimentato. La sfida era trovare Dio soprattutto perché dalle macerie, da quella morte si doveva dare inizio a un mondo nuovo". "Mi sono fermato al cimitero – prosegue mons. Molinari – e ho trovato la mamma di uno di quei bambini. Era il suo unico figlio, abbiamo parlato un po’ e mi ha detto: ‘La mia vita è cambiata, ma ho adottato due bimbi russi’. Questa è la voglia di ricominciare". Per mons. Francesco Cavina, che ha vissuto il terremoto a Carpi, lo scorso maggio, dover era vescovo da pochi mesi, "il sisma provoca distruzioni, ma soprattutto fa tremare l’anima; per recuperare ci vuole la dimensione della fede che diventa amore e sostegno all’altro. Due furono i gesti che maggiormente mi colpirono: sacerdoti fatti prossimi, talvolta per restituire il dono ricevuto, e la visita del Santo Padre che ci ha fatto testare la vicinanza della Chiesa. Non solo solidarietà, ma segni della paternità di Dio che si manifesta attraverso le persone e i gesti". Mons. Gianfranco De Luca, concludendo, ha ricordato il suo "esser venuto dopo" e l’intento di "voler cogliere e mettersi in cammino quale custode del vissuto". "Il momento dell’evento è stato drammatico – ha ricordato – ma ha fatto scaturire un’alleanza forte; ci sono le fatiche, ma continuiamo questo impegno per fare di questa esperienza di prossimità un percorso per vivere qui una vita bella".