CARD. ANGELO SCOLA

Essere in cammino

L’esempio di san Carlo Borromeo nell’Anno della fede

"Celebrare la solennità di San Carlo in questo duomo, che custodisce il suo corpo perché il popolo cristiano possa venerarlo e far memoria delle opere di salvezza di Dio, costituisce un’occasione privilegiata per soffermarci su uno degli aspetti essenziali dell’Anno della fede. Un aspetto sottolineato a più riprese dai Padri sinodali, durante l’Assemblea ordinaria che si è appena conclusa: l’annuncio della fede, la nuova evangelizzazione richiede conversione e santità". Lo ha detto, ieri sera, l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, in duomo nella celebrazione eucaristica per la solennità di san Carlo Borromeo, il grande vescovo milanese del XVI secolo compatrono (insieme a sant’Ambrogio) della diocesi. All’inizio della celebrazione eucaristica, il card. Scola si è recato nello Scurolo posto sotto l’altare maggiore del duomo per rendere omaggio personalmente al Santo, nel luogo della sua sepoltura.

Guide e compagni del cammino. "La fede – ha evidenziato il porporato – non si comunica anzitutto come un elenco di proposizioni o di gesti. La fede non è unicamente, né anzitutto, oggetto di ‘istruzione’. Essa fiorisce nel cuore di uomini e donne che liberamente accolgono il dono dell’incontro con il Risorto che li ha sorpresi attraverso l’umanità trasfigurata dei suoi figli". Si capisce allora perché "il popolo cristiano riconosce i santi come veri padri nella fede, come guide e compagni per il proprio cammino storico. Dal volto dei santi, dalle loro parole e dai loro gesti, traspare la presenza del Crocifisso Risorto. Attraverso di essi la misericordia di Dio si rende storicamente sperimentabile".

Tendere all’uomo perfetto. Commentando la Lettera agli Efesini, il card. Scola ha posto l’accento su "un altro elemento che può esserci di grande aiuto nel frangente storico in cui siamo chiamati a vivere e a svolgere la nostra missione come Chiesa": "’Essere in cammino’, ‘tendere’ verso la pienezza è una dimensione essenziale dell’esperienza comune di ogni uomo. E lo è in modo del tutto speciale per il cristiano che tende all’uomo perfetto". Eppure, per l’arcivescovo di Milano, "troppo spesso lo dimentichiamo: l’oblio è il grande male della nostra quotidiana esistenza. Al cammino – al tendere – appartiene certo una componente drammatica: la necessità che la libertà si metta sempre in gioco, non si consideri mai arrivata. Questo può implicare, soprattutto in certi momenti, una notevole dose di sacrificio". Nello stesso tempo, però, "non possiamo non riconoscere che è proprio questa instancabile tensione a riempire la vita di fascino". "L’Anno della fede – ha aggiunto – è dato a tutti noi come occasione privilegiata per riprendere decisamente la vita come tensione generata dalla fede. Ben consapevoli, a soccorso della nostra fragilità, che virtù esimia del cristiano, come diceva Kierkegaard, è la ripresa, cioè la possibilità di ricominciare continuamente, in forza della grazia del perdono invocato e accolto, il cammino verso l’uomo perfetto".

L’importanza della formazione permanente. Rivolgendosi, poi, in modo particolare, ai presbiteri e ai membri del Seminario diocesano, l’arcivescovo ha affermato: "Una modalità tanto semplice quanto necessaria per i ministri ordinati di vivere in modo costantemente rinnovato la tensione propria della vita cristiana – e viverla nell’orizzonte della vocazione e della missione che costituisce la nostra identità – è la formazione permanente". Troppo spesso però "la si fa coincidere con qualche corso di aggiornamento su temi teologici o pastorali, d’indubbia utilità, ma talora privi di un’effettiva incidenza sulla nostra vita di vescovi, presbiteri e diaconi". La formazione permanente esprime "la necessità che ogni ministro ordinato sente acutamente" di "essere accompagnato lungo tutto il cammino della sua vita, per non cedere alle inevitabili tentazioni di fermarsi, provocate dalla stanchezza, dall’attivismo, dalla distrazione e anche dalle nostre fragilità". Per questo il cardinale, in accordo con il Consiglio episcopale, ha voluto riformulare il Vicariato della formazione permanente del clero creando, sotto la guida di un vicario episcopale vescovo, una commissione stabile che possa ripensarne adeguatamente contenuti e forme. "Contro la cattiva solitudine che troppo spesso cerchiamo, contro l’estraneità che rifugge un’ascesi liberante e vive il confronto con l’autorità come non conveniente per la propria crescita, contro il dualismo – fede-spiritualità-formazione da una parte e iniziative e azione pastorale dall’altra – che ferisce la nostra persona, la maestosa figura di san Carlo si impone anche per noi oggi quale alto esempio di zelo sacerdotale", ha sostenuto il card. Scola. "Domandiamo al Padre di misericordia di comunicarci ‘lo spirito di fortezza che animò san Carlo e lo rese fedele alla sua missione fino a donarsi totalmente ai fratelli’ soprattutto per l’intercessione di tutti gli arcivescovi defunti, in special modo del card. Giovanni Colombo, di cui ci apprestiamo lungo quest’anno a fare vivida memoria, e del carissimo compianto card. Carlo Maria Martini", ha concluso.