ALBANIA
I cattolici e i 100 anni d’indipendenza del Paese
Sta per terminare l’anno giubilare dell’Albania: il 28 novembre si compiono 100 anni da quando i padri della patria proclamarono, con un atto solenne, l’indipendenza del Paese dall’impero turco. Nonostante la lunga occupazione ottomana, e poi il periodo del fascismo e del comunismo, gli albanesi seppero tramandare alle generazioni future la loro più profonda identità, la lingua, le tradizioni e soprattutto la fede. La comunità cattolica albanese fu quello spazio vitale nel quale i valori più genuini degli albanesi furono difesi e trasmessi per secoli.
Il dominio ottomano e i cattolici sulle montagne. La Chiesa conservò nella liturgia e nella catechesi la lingua albanese, ma soprattutto i cattolici albanesi, fedeli a Roma, nonostante le molte persecuzioni furono la catena ininterrotta del legame dell’Albania con l’Europa cristiana. E questo si vide chiaramente all’atto dell’indipendenza dal dominio ottomano: il vice primo ministro del primo governo albanese fu un sacerdote cattolico, il parroco di Durazzo dom Nikoll Kacorri. Si auspicava in tal modo la fine della fuga dei cattolici dalle città verso le aspre montagne dell’Albania, tra le quali, sebbene per la maggior parte del tempo senza sacerdoti e religiosi, seppero conservare la fede tramandata loro di generazione in generazione. Una fede viva, innestata in caratteri aspri come lo sono le montagne dell’Albania, ma in spiriti puri e menti limpide. La storia continua con una sorta di “risorgimento” albanese nel quale i cattolici, dopo il 1912, furono in prima linea. “La Chiesa cattolica – scrivono i vescovi albanesi nella loro lettera pastorale per il centenario dell’indipendenza – con le sue istituzioni diede un contributo importante per questa rinascita”. Le scuole dei francescani e gesuiti a Shkoder, le suore salesiane e stimmatine furono veri focolai per l’educazione dei giovani e centri di cultura.
I martiri del Novecento. Ma nel Novecento un’altra disgrazia si è abbattuta sul Paese: l’occupazione fascista e successivamente quella comunista. La fede, tuttavia, ancora non morì! “Viva Cristo Re, viva il Papa, viva l’Albania”, furono le ultime parole per la quasi totalità dei martiri, fucilati dal regime senza un processo o con processi montati e accuse false. Mentre moriva, il vescovo di Durres, mons. Prennushi, cercava più luce. Moriva in una prigione umida perché non aveva voluto separare la Chiesa che è in Albania da Roma. Morì martire. Oggi è a capo della lista dei 40 che aspettano di essere canonizzati. Se ne possono raccontare tante di storie e diversi libri non sarebbero sufficienti, ma tutti i nomi dei martiri per la fede, le loro facce e le loro storie sono scritti nel libro della vita. Vorrei ricordare il 25 aprile 1993, quando papa Giovanni Paolo II venne in Albania. La sua visita e la consacrazione dei primi vescovi dopo il regime fu un segno, un grande segno, quasi come uno dei segni dell’Apocalisse, che lungi dall’essere segni di disperazione e terrore rappresentano vittoria e speranza. Con il Papa abbiamo varcato le soglie della speranza.
Una Chiesa giovane. E oggi? Abbiamo una Chiesa giovane, che vive ogni giorno la sfida della fede. Le nostre comunità sono piene di giovani, con tanti battesimi, matrimoni, cresime e comunioni vissuti e partecipati con fede viva. Certo, nell’oggi della fede anche questa nostra Chiesa è chiamata a rinnovarsi: l’ha ricordato il Papa alla chiusura dell’ultimo Sinodo dei vescovi. Come può rinnovarsi una Chiesa come quella in Albania? Essendo docile alla voce dello Spirito, che parla a lei come a tutte le Chiese sparse per il mondo, attraverso la Scrittura e la tradizione. Oggi i cattolici albanesi, feriti dalle piaghe del passato, si aspettano pastori che fascino le loro ferite e curino i loro mali, che li guidino nei verdi pascoli di una voce che indica loro il cammino della vita. Cosi, oggi come allora i cattolici possono essere luce del mondo e sale della terra per la nostra nazione, essendone l’anima, il respiro, il lievito per una società che va verso un consumismo sfrenato, ma soprattutto verso la perdita della speranza.
Tramite con l’Europa. In questi giorni l’Albania compie 100 anni. È un buon compleanno. Speriamo a breve di essere parte della più grande famiglia europea. I cattolici sono e devono essere il tramite che lega l’Albania all’Europa, senza dimenticare quelle radici che l’hanno fondata. Nella loro lettera i vescovi sono convinti che la sfida del prossimo futuro per l’Albania sia l’integrazione europea, che “prima di essere una realtà geografica o politica è una realtà spirituale, che nel cristianesimo trova una delle sue radici più potenti”. Chi più dei cattolici può e deve far sì che questo processo d’integrazione non sia solo un fatto di burocrazia arida, ma un fatto spirituale, profondamente spirituale. E forse questo potrebbe essere il regalo che i cattolici possono fare alla loro patria in questo primo centenario.