50° CONCILIO

Stare di fronte all’uomo

Il card. Piacenza al ”Dies” Marcianum

"L’esperienza di duemila anni di tradizione ecclesiale ed un primo bilancio di questi primi cinquant’anni dal Concilio, indicano come il solo autentico modo per interpretare la giusta promozione umana sia quello di aiutare l’uomo a sottrarsi da ogni concezione riduzionista della realtà". È uno dei passi centrali della prolusione con cui il card. Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione del Clero, ha aperto oggi ufficialmente l’anno accademico dello Studium generale Marcianum di Venezia. "Assumere con consapevolezza le sfide della modernità e, conseguentemente, essere Chiesa nel tempo della modernità – ha ammonito il card. Piacenza riferendosi al tema della sua prolusione (Essere Chiesa nell’epoca moderna: il contributo del Concilio ecumenico Vaticano II) non può significare, in alcun caso, inseguire le ‘mode’ culturali, morali, o sociali" del momento, perché "il necessario dialogo con le culture incontrate e, dunque, il necessario dialogo con la modernità, non può risolversi in una assunzione di modelli culturali, innanzitutto estranei all’uomo, alla sua struttura antropologica e, perciò, estranei a Cristo e, necessariamente, estranei alla Chiesa".

Stare realmente di fronte all’uomo. "Non si tratta – ha precisato il cardinale – di ostinarsi nella proposta di modelli culturali passati, che forse danno maggiori sicurezze, ma che sono praticamente indecifrabili per l’uomo contemporaneo, quanto, piuttosto, di avere la capacità di stare realmente di fronte l’uomo, aiutandolo a riscoprire le proprie esigenze fondamentali e costitutive". "In ogni circostanza, anche quella apparentemente più drammatica e priva di speranza, culturalmente o moralmente parlando – la tesi del porporato – la concreta possibilità di una educazione dell’uomo e del suo senso religioso è data sempre dal concreto uomo che abbiamo di fronte, dal suo cuore fatto da Dio e per Dio, e dalla capacità che, come Chiesa, abbiamo di intercettarne i bisogni e rispondervi con quella parola del Vangelo, così umana e così divina, che Gesù ci ha lasciata e che è la Sua stessa prossimità ad ogni uomo". Per la Chiesa, in sintesi, si tratta di compiere tale percorso "essendo fino in fondo se stessa", come si legge nella Lumen Gentium al n. 17. Una consegna, quella conciliare, che vale anche per la nuova evangelizzazione, come è emerso dal recente Sinodo dei vescovi.

No allo storicismo. Solo una Chiesa "evangelizzata" è capace di essere "evangelizzante", ha ricordato a questo proposito il card. Piacenza, secondo il quale la Chiesa deve annunciare Cristo al mondo "con un metodo che non può, in alcun caso, essere storicista, poiché lo storicismo, implicitamente, nega la validità perenne del vero, presentandolo come condizionato alle contingenze storiche". Di fronte alla "grave deriva rischiata da molta teologia contemporanea, che tende a presentarsi come riflessione storica, tendente allo storicismo, rinunciando ad una precisa oggettività referenziale ed alla pretesa veritativa del dato rivelato", i primi due volumi su Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI sono "un poderoso antidoto". Altro "grosso limite da evitare", nella nuova evangelizzazione e nella riflessione teologica ed ecclesiale, per il relatore è quello dello scientismo, che consiste nel "pretendere che le affermazioni ed i contenuti della Rivelazione possano parlare all’uomo moderno, solo se superano il vaglio del metodo scientifico positivo". Un pericolo, questo, denunciato già da Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio. "Gesù Cristo è venuto ad educare il nostro senso religioso", ha ricordato il card. Piacenza additando questo compito come prioritario anche per la Chiesa del terzo millennio. "Non di rado", invece – la denuncia del cardinale – interpretando in maniera per lo meno unilaterale il dettato del Concilio, si è parlato di un primato dell’uomo e dei valori umani e di una presunta precedenza della promozione umana sull’evangelizzazione", dando luogo ad un "fraintendimento" le cui conseguenze "sono sotto gli occhi di tutti, sia in ordine alla confusione sull’identità rispettiva dei ministri ordinati, dei consacrati e dei fedeli laici, sia sulla deriva che, nei tre menzionati ambiti, la formazione ha subito". Non a caso Benedetto XVI, in Porta Fidei, afferma che "capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune", laddove "questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato".

La vera questione. "La modernità, con il grande limite gnoseologico che la caratterizza, è compatibile con l’avvenimento cristiano?", si è chiesto il card. Piacenza nella prima parte della sua relazione, in cui ha affermato che "il più efficace contributo dato dal Concilio al rapporto tra fede cristiana e modernità", nonché "il più grande servizio che la Chiesa possa offrire al mondo, nell’epoca moderna", consiste nel "restituire all’uomo la capacità di conoscere il reale, di entrare in rapporto con quella realtà, che le derive gnoseologiche degli ultimi tre secoli hanno volontariamente reso evanescente". Di qui la necessità di leggere i "passaggi" del Concilio in una "sinossi" sia con la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, sia con i continui richiami di Benedetto XVI ad "allargare i confini della razionalità". "La vera questione – ha osservato il card. Piacenza – è che un uomo, privato della capacità di cogliere il reale, confinato in un metodo di conoscenza di tipo scientifico-positivo, ritenuto l’unico in grado di giungere ad una qualche certezza condivisibile, è un ‘uomo amputato’, non corrispondente nemmeno a ciò che esso stesso sente profondamente di essere".