GIORNATA DEL RINGRAZIAMENTO
Perché la parola ”grazie” non è più nel vocabolario di oggi?
Domani, a un mese esatto dall’inizio dell’Anno della fede, la Chiesa italiana celebra la 62ª Giornata nazionale del ringraziamento, sul tema "Confida nel Signore e fa’ il bene: abiterai la terra" (testo integrale del Messaggio, clicca qui). Pubblichiamo una riflessione di Bruno Cappato, direttore del settimanale della diocesi di Adria-Rovigo ("La Settimana").
Su tutte le cose, su quello che capita ogni giorno è facile generalizzare compiendo così un gesto che non è né obiettivo né giusto, ma quando si parla di dire la parola più semplice del mondo, dire "Grazie!", francamente si può anche generalizzare, perché si è perso dappertutto il senso della gratitudine e ancor più dell’educazione.
Un gesto cortese, un sorriso non interessato, un movimento verso l’altro con il senso della sacralità e della generosità, sono tutte cose che si sono perse. Altro che educazione! Altro che eleganza e finezza! Quello che si perde però è la gioia, la felicità che viene dal bene, dall’amore.
Il linguaggio è a dir poco equivoco a tutti i livelli; l’uso delle cose è improntato allo sfruttamento indiscriminato e, quanto ai rapporti con le persone, basta mettersi a camminare sulla strada per accorgersi dello stile da giungla che immantinente trasforma placidi e rispettosi signori in acerrimi competitori. Diciamo tutto questo perché domani in Italia si celebra la Giornata del ringraziamento, un appuntamento tradizionalmente riservato alla terra e ai suoi frutti. È giusto parlarne con la saggezza del contadino, immergendoci con ingenuità e nostalgia popolare nei ritmi delle stagioni, nella ruota del tempo di generazioni di persone, ma si comprende oggi che occorre andare anche oltre questo schema, perché questa stessa terra è stata colonizzata dall’uomo senza rispetto, senza amore. Asfalto e cemento sono il risultato di una distruzione di campi e di boschi; gli allarmi si sprecano ogni giorno in tutti i continenti. Tutti avvertono che vi è un mondo attorno a noi che non ha più il carattere della bellezza e – mi si passi il termine – della naturalezza. Ringraziare significa dunque rispettare il dono ricevuto perché, stravolgendolo e distruggendolo si fa il gesto contrario come quel regalo buttato via, rifiutato.
Con questa giornata del ringraziamento – grazie soprattutto all’impegno dell’associazione Coldiretti – siamo invitati ad aprire scenari ampi che si distendono fino all’orizzonte del mondo e anche oltre. Si capisce che tutto è riconducibile comunque ad una mentalità di rispetto e di gratitudine, proprio quella che in apertura abbiamo detto ormai smarrita.
Bambini, adolescenti, giovani e adulti dovrebbero essere istruiti sulla bellezza della riconoscenza, sul valore della gratuità. Perché mai questo non interessa? Ogni giorno – immancabilmente – i canali televisivi nazionali danno lezioni accurate sul rispetto degli animali, sulla loro cura; si fa psicologia su gatti e cani. Giusto e doveroso naturalmente il rispetto verso queste creature e sarebbe altrettanto giusto insegnare le stesse cose, lo stesso tipo di rispetto anche per le piante, ma il problema grave è un altro: perché non c’è mai nemmeno un minuto da dedicare alla buona educazione delle persone? Vie e palazzi sono imbrattati dappertutto, la sporcizia è dovunque e i rapporti tra le persone sono improntati a egoismo e indifferenza. All’aiuto richiesto, invocato, si sostituisce l’estraneità e la distrazione. Perché non insegnare allora la buona educazione? Perché tutti non cerchiamo di far nascere uno stile diverso di rapporto tra le persone? Potremmo fare mille esempi riferendoci al degrado dei rapporti e dei comportamenti. La maleducazione permea di sé tutto. Ecco perché in uno stile del genere la parola grazie non è più nel vocabolario e non è più comprensibile ai più. Non è impossibile recuperare questo bene. Quando capita qualche disgrazia si scoprono delle forme di generosità impensabili. Dunque nel fondo del cuore esiste ancora il valore della riconoscenza e dell’amore, ma è come sepolto sotto la coltre delle mode e di una quotidianità opaca.