MISSIONE: IL RIENTRO
L’esperienza dei ”fidei donum”: una ricchezza da valorizzare
Quattordici missionari italiani, da poco rientrati, stanno frequentando il corso di formazione loro dedicato presso il Centro unitario missionario (Cum) di Verona con l’obiettivo di aiutarli a reinserirsi, spesso dopo molti anni di servizio all’estero, nel nostro Paese, nel frattempo profondamente cambiato. Tra gli argomenti affrontati nelle due settimane di corso (fino al 15 novembre), "i principali temi della pastorale in Italia", si legge in una nota del Cum, i "mutamenti di valori e stile di vita" della società, le migrazioni. A questo primo gruppo ne seguirà immediatamente un secondo, sempre di rientrati, per altre due settimane formative. "Rientrare in Italia dalla missione significa trovare un Paese secolarizzato e individualista, e passare da una diffusa povertà a livello materiale, spesso estrema, ad una povertà fatta di solitudine e bisogno di ascolto", spiega a Giovanna Pasqualin Traversa, per il Sir, don Alberto Brignoli, della diocesi di Bergamo, dal 1997 al 2006 missionario "fidei donum" in Bolivia, attualmente aiutante di studio dell’Ufficio Cei di cooperazione missionaria tra le chiese.
Che cosa "si riporta" a casa dalla missione?
"Quando, dopo un’esperienza di evangelizzazione in altri contesti, il ‘fidei donum’ rientra nella propria diocesi di provenienza, immette in quest’ultima la propria esperienza pastorale facendo ‘passare’ un certo stile, nel mio caso di essere prete, nella pastorale italiana. Si porta a casa, e penso sia utile nel discorso di evangelizzazione, la valorizzazione del contatto umano. In missione s’incontra una Chiesa molto più relazionale, e ciò aiuta ad avvicinarsi alla gente con le caratteristiche di un compagno di viaggio. L’avere incontrato situazioni di povertà, anzi di vera miseria economica ma anche umana, porta ad avere, anche al ritorno in Italia, un profondo atteggiamento di dialogo e misericordia nei confronti delle persone".
Quanto ha influito su questo il suo impatto con la Bolivia?
"Trovarmi all’improvviso in un contesto in cui lo straniero, anzi l’extracomunitario, ero io, appartenente ad un’altra cultura e linguisticamente in minoranza, e avvertire da parte della gente accoglienza, attesa, pazienza, mi ha aiutato a maturare lo stesso atteggiamento verso di loro e a guardare più in profondità al senso della fede: il contatto umano e la cura dell’accompagnamento, soprattutto di chi vive difficoltà nella propria vita spirituale e quotidiana".
Vivere la missione e al tempo stesso prepararsi al rientro: in che modo?
"La ‘qualità’ del rientro è in buona parte legata all’avere tenuto vivo lo scambio con la diocesi d’invio. Se si vive un rapporto di cooperazione con la Chiesa di provenienza inviando regolarmente aggiornamenti e notizie e ricevendo visite, facendole in un certo senso ‘respirare’ l’aria della missione, al proprio rientro il ‘fidei donum’ vedrà molto probabilmente valorizzata l’esperienza maturata all’estero".
Quali possono essere i rischi e le difficoltà del rientro?
"Anzitutto quello di accantonare la propria esperienza perché completamente fagocitati dalla pastorale ordinaria. Oppure il ridursi a ‘uno fra i tanti’ nell’ingranaggio di una macchina efficiente, e questo può causare senso d’inutilità e vuoto. Può inoltre accadere che chi è stato in missione venga percepito dai confratelli, come ‘scomodo’, persona che ha vissuto esperienze ‘estreme’ e potenzialmente in grado di ‘sconvolgere’ i modelli di pastorale vigenti, e pertanto invitato a restarsene in un angolo. A me è stato chiesto di prestare un servizio alla Chiesa italiana, prima come formatore a Verona, poi alla Cei: la Chiesa ha valorizzato la mia esperienza".
Qual è stato, invece, il maggiore ostacolo da superare in Bolivia?
"A Bergamo ero responsabile di un oratorio con molti giovani, attività, collaboratori. Arrivato in Bolivia mi sono accorto che occorreva partire da zero. All’inizio ho avvertito un po’ di solitudine, dovuta anche alla fatica ovvia che aspetta ogni missionario: inculturarsi nella nuova realtà, che richiede di fare silenzio, destrutturare la propria idea di fede, il proprio modo di concepire l’essere prete e lo stare nella Chiesa. Dopo qualche anno, tuttavia, la consapevolezza delle proprie radici non viene più avvertita con nostalgia ma come ricchezza da trasformare in occasione di crescita per la comunità in cui ci si trova, che è lo sforzo più grande ma anche quello che dà più soddisfazione".
Che cosa la ha colpita di più rientrando in Italia?
"Sono passati sei anni e ho avuto il tempo per metabolizzare. In generale le rapide trasformazioni della società; in particolare la frenesia, il fatto che la gente non avesse più tempo. Ho conosciuto la fatica del ritrovarmici e ricostruire un tessuto di relazioni umane significative. Ero abituato a parrocchie di 60 mila abitanti nelle periferie di grandi città, nelle quali c’erano tuttavia più ‘umanità’ e contatti interpersonali che in tante nostre piccole parrocchie. Al tempo stesso ho immediatamente percepito il bisogno di accoglienza della gente e dopo qualche mese mi è capitato di sentirmi dire: ‘Voi missionari avete una marcia in più: ci ascoltate e spendete tempo per noi’. Le persone non vogliono soluzioni; chiedono ascolto oppure di fare silenzio con loro per condividere gli aspetti più belli ma anche quelli più difficili della loro vita di fede e di tutti i giorni. Credo sia questa la maggiore ricchezza che lo spirito missionario ci regala e che portiamo con noi al nostro rientro".