DIOCESI: MILANO
Povertà: il Rapporto della Caritas ambrosiana
Chi scivola nella povertà, ci rimane più a lungo. E non basta più nemmeno trovare un lavoro per rimettersi in piedi. Gli stranieri s’integrano con sempre più difficoltà. In mancanza di una ripresa economica, l’unica via di uscita viene dalla capacità della comunità di trovare forme nuove di solidarietà. Sono queste le linee di tendenza che emergono dall’undicesimo Rapporto sulle povertà della Caritas ambrosiana, condotto su 16.751 utenti intercettati dai tre servizi centrali di Milano – Sai (Servizio accoglienza immigrati), Sam (Servizio accoglienza milanese), Siloe (servizi integrati lavoro, orientamento, educazione) – e dai 59 Centri di ascolto scelti a rappresentare i 324 centri diffusi nel territorio della diocesi di Milano.
Poveri cronici. Continua a crescere il numero di persone che bussano alle porte della Caritas ambrosiana: nel 2011 gli utenti sono aumentati del 6% rispetto al 2008, primo anno della crisi. In particolare – si legge nel Rapporto – ad aumentare in modo più significativo sono i "poveri cronici", coloro cioè che si rivolgono per almeno due anni consecutivi alla rete di assistenza della Caritas, cresciuti di quasi quattro volte in dieci anni. Fenomeno, questo, evidente nel 2010, anno spartiacque della crisi, quando il numero di vecchi assistiti è aumentato in un anno di circa il 20%, a fronte di un numero totale di utenti stabile. La presenza di uno "zoccolo duro" di utenti evidenzia la sempre più accentuata difficoltà delle persone a uscire dai circuiti di assistenza. "A causa del perdurare della crisi – denuncia la Caritas di Milano – chi è entrato nel sistema dell’assistenza negli anni passati non è riuscito a uscirne, chi invece è scivolato nella povertà più recentemente fa sempre più fatica e impiega più tempo a risollevarsi".
Lavoro e reddito. Il lavoro è il problema principale per il 62% degli utenti che si sono rivolti nel 2011 ai Centri di ascolto e ai servizi Caritas. Tuttavia, il lavoro di per sé non è sufficiente a mettere al riparo dalla povertà. Tra chi ha bisogno di occupazione, infatti, vi sono anche "persone che, pur essendo occupate, non lavorano abbastanza; persone in cerca di una seconda occupazione perché pur lavorando, non guadagnano a sufficienza". Infine c’è chi lavora, ma in condizioni d’irregolarità, ed è quindi nell’impossibilità di vedere riconosciuti i propri diritti. "Mentre l’assenza di un lavoro è la principale causa di povertà per gli stranieri, per gli italiani è l’assenza di un reddito adeguato a determinare condizione di bisogno", spiega la Caritas.
Più grave per gli immigrati. Particolarmente grave risulta la situazione degli immigrati che rappresentano i ¾ degli utenti. Tra di essi quasi un quarto (il 23%) vive nel nostro Paese da almeno 20 anni e nonostante ciò ha ancora bisogno di ricevere aiuto per provvedere alle proprie necessità materiali. "Segno di un’integrazione che a distanza di molto tempo è ancora incompiuta", si legge nel Rapporto, dal quale risulta che gli immigrati che si sono rivolti ai Centri di ascolto "hanno trovato un lavoro, sono riusciti a regolarizzare la loro posizione, ma non hanno ancora raggiunto l’autosufficienza economica, anche a causa della sopraggiunta crisi economica". "A causa della crisi ci troviamo di fronte ad aumento dei bisogni e a una drastica riduzione di risorse", ha commentato il direttore di Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo. "Ci rincuora però vedere che sul territorio, dentro le nostre comunità stanno già nascendo proposte di aiuto e sostegno incentrate sulla gratuità e la solidarietà", ha continuato, auspicando la presenza, accanto alle smart city, di smart comunity, "comunità più inclusive, capaci di creare percorsi di condivisione della cittadinanza".
Welfare informale. Cresce, intanto, dal basso, una sorta di "welfare informale" in cui le protagoniste sono le famiglie. Sette le "buone prassi" segnalate dalla Caritas nelle parrocchie della diocesi di Milano. A San Vittore Olona (Milano), l’associazione "Casa di Pollicino" sperimenta "forme di aiuto e sostegno reciproco" tra famiglie della parrocchia attraverso forme di microcredito, scambio di beni e acquisti collettivi. A Milano, l’esperienza "Famiglie solidali del Forlanini" coinvolge 25 ragazzi e 25 famiglie grazie alla collaborazione tra la scuola del quartiere e l’oratorio: gli insegnanti segnalano i ragazzi in difficoltà alle famiglie dei compagni di gioco che incontrano in oratorio, a catechismo o nella squadra sportiva locale, e le famiglie li "adottano" in maniera informale, favorendo così un’amicizia tra famiglie che va oltre il sostegno scolastico. Sempre a Milano, il gruppo familiare della parrocchia Sacra Famiglia di Rogoredo ha attivato un fondo di solidarietà che nasce dalla decisione delle famiglie di auto-tassarsi e di destinare mensilmente una quota del proprio stipendio al fondo, che viene poi "redistribuito" in base alle esigenze del quartiere. "Se chiedo sto meglio, se dono ricevo": s’intitola così un progetto nato a Turate (Varese) da "famiglie solidali" che aiutano le famiglie in difficoltà con offerte di denaro, acquisto di viveri, o mettendo a disposizione il proprio tempo. A Erba (Como), infine, il progetto "Famiglie che si prendono cura" fa perno su "figure ponte", persone della parrocchia che individuano la famiglia in difficoltà e la famiglia che può intervenire in quella determinata situazione.