DIALOGO IN ITALIA
Confessioni cristiane e religioni non cattoliche: quale prospettiva?
Si è aperto ieri, a Napoli, il convegno su "La nuova evangelizzazione e l’ecumenismo" promosso dall’Ufficio Cei per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo. Il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e l’Anno della fede sono lo sfondo della riflessione del convegno. "Per la Chiesa cattolica l’obiettivo dell’ecumenismo è un processo di riconciliazione nel quale le varie Chiese, dopo aver rielaborato e superato tutte le divergenze che sono fonte di divisione, possano finalmente riconoscersi come l’unica Chiesa di Gesù Cristo e dare una forma visibile a questa unità", ha ricordato il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, aprendo i lavori. "In un momento in cui l’Italia sperimenta una immigrazione e un pluralismo religioso a cui non è preparata, l’appoggio del movimento ecumenico con le sua capacità e la sua spiritualità, non è cosa da sottovalutare", ha osservato, a sua volta, Gianni Colzani della Pontificia Università Urbaniana.
Europa, cantiere aperto. "In un mondo interconnesso, come non lo è stato mai così com’è ora, dove la mobilità delle persone da un posto all’altro del globo è intensa e il sistema delle comunicazioni incredibilmente molto più veloce rispetto a qualche decennio fa, le religioni si muovono con il movimento delle persone". È stato il parere espresso da Enzo Pace dell’Università di Padova, intervenendo, martedì 20 novembre, al convegno. Muovendosi nel mondo, le religioni "cambiano" in vari modi: "possono cambiare cercando di trapiantarsi da un posto all’altro; a loro volta anche le religioni storiche delle società che ospitano in modo visibile e rilevante persone di fedi diverse tendono a cambiare; infine, si crea una situazione del tutto inedita: religioni un tempo considerate lontane vivono assieme in una stessa società, con una prossimità probabilmente inattesa e inimmaginabile sino a qualche anno fa". "La società italiana, così come quella europea, sta vivendo in pieno" questa "situazione" in "tutta la sua complessità", ha sottolineato Pace. L’Europa "dal punto di vista socio-religioso è, dunque, un cantiere aperto. Milioni di donne e uomini che la abitano non ne hanno potuto condividere la lunga storia culturale e religiosa". Per il docente, "la fase nuova che si apre di fronte a noi è caratterizzata dal passaggio traumatico da un pluralismo della tolleranza, a basso contenuto di differenze fra macro sistemi di credenza diffusi nella coscienza collettiva (di matrice protestane o cattolica), al pluralismo interattivo, che è e sarà sempre più esigente nel porre la domanda del riconoscimento delle diversità oggettive che ci sono e ci saranno, ancor più con il passare delle generazioni, fra donne e uomini di cittadinanza europea che dovranno imparare a convivere sotto lo stesso tetto".
Verso un islam italiano? "La presenza musulmana in Italia è giunta a circa 1.500.000 unità, pari al 33% degli stranieri regolarmente residenti", ha rammentato Maria Bombardieri dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentando una comunicazione sul tema "Verso un islam italiano?". Tra le principali associazioni islamiche sorte negli anni Novanta e tuttora impegnate in numerose iniziative locali e nazionali "spiccano l’Unione delle Comunità islamiche in Italia (Ucoii), la Comunità religiosa islamica italiana (Coreis) e il Centro islamico culturale d’Italia (gestisce la Grande moschea di Roma)". Tutte "hanno in essere un costante dialogo con lo Stato in vista della rappresentanza dell’islam italiano, cosicché se le prime due hanno avanzato la stipula di un’intesa senza difatti ottenerla, l’ultima già nel 1975 per ragioni storico-politiche gode del riconoscimento giuridico quale ente di culto". Oltre a queste tre organizzazioni "sulla scena nazionale fa il suo ingresso la Confederazione islamica italiana il cui presidente è Wahid el-Fihri che riunisce quasi duecento centri islamici". "Nata dall’unione di dieci federazioni regionali marocchine ha spiegato Bombardieri – è frutto dell’interessamento del Marocco che, attraverso l’invio di finanziamenti per le moschee, imam adeguatamente formati secondo la scuola malikita, persegue una politica di supervisione della comunità marocchina in diaspora col fine di preservare l’identità marocchina e di arginare derive anti-monarchiche, influenze radicali o fondamentaliste transnazionali. La confederazione nazionale fa capo al Centro islamico culturale d’Italia". L’ingresso del Marocco nelle relazioni tra la comunità islamica e lo Stato "induce a una riflessione sulla direzione che sta prendendo l’islam italiano sia in termini di opportunità che di criticità". Se da un lato si guarda con favore a un suo intervento" perché "fa fronte ai bisogni concreti della umma" ed "è garante della trasparenza della Confederazione", dall’altro "si avverte il rischio di un’ingerenza estera che potrebbe rallentare quel fisiologico processo costitutivo di un islam propriamente italiano, dove più organizzazioni islamiche sono portate a condividere degli assunti di base pur mantenendo le proprie specificità".