MIGRAZIONI

I nuovi vicini

Pensieri e prospettive nel 25° anniversario della Fondazione Migrantes

Si sono conclusi ieri a Roma i lavori del convegno nazionale, organizzato in occasione del 25° anniversario della nascita della Fondazione Migrantes (1987-2012), sul tema "Educare all’incontro". Quattro giorni di lavori intensi con testimonianze provenienti dalle diocesi e dalle Missioni cattoliche italiane nel mondo, diverse relazioni, l’intervento del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, e una solenne celebrazione eucaristica nella basilica di San Pietro presieduta dal card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e animata da un coro formato da 15 immigrati in Italia. Per fare un bilancio del convegno Raffaele Iaria, per il Sir, ha intervistato mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Migrantes.

Si è appena concluso il convegno nazionale: quale il messaggio alle comunità cristiane?
"Il messaggio forte e chiaro, dall’ascolto della Parola, dalle relazioni, dalle celebrazioni, dalle numerose esperienze e progetti è stato riassunto da Elena Besozzi, sociologa dell’Università Cattolica di Milano, nella sua relazione in quattro parole: riconoscimento, cioè conoscere le persone, le minoranze che sono i nuovi vicini di casa, i nuovi parrocchiani, per vincere distanze, pregiudizi, paure ancora esagerate ed esasperate; rispetto, per ogni persona di ogni Paese; reciprocità, intesa come capacità di scambio di esperienze; responsabilità, intesa come allargamento della partecipazione alla vita e alla crescita delle nostre comunità ecclesiali".

E alla società civile?
"Le esperienze di lavoro pastorale con gli immigrati, i rifugiati, i rom e i sinti, la gente dello spettacolo viaggiante, gli emigranti italiani evidenziano pesantezze burocratiche che annullano la tutela dei diritti delle persone, una sempre maggiore esclusione sociale degli immigrati e dei rom, in particolare, dai percorsi di vita della città. Chiara e forte è uscita la necessità di una lettura diversa del fenomeno della mobilità e delle migrazioni da parte dei mass media, come pure dell’allargamento della cittadinanza e del diritto di voto amministrativo. Una preoccupazione crescente riguarda la scuola, lasciata sola troppe volte ad affrontare, con pochi mezzi e persone, la necessità di nuovi percorsi didattici interculturali o di nuovi percorsi di accompagnamento di alcune persone (i bambini immigrati arrivati da poco in Italia o delle famiglie rom o dello spettacolo viaggiante). Purtroppo, infatti, cresce l’abbandono scolastico, con la conseguente crescita del disagio minorile e giovanile".

Il convegno ha aperto il 25° della Fondazione: quale il suo ruolo oggi?
"La Fondazione Migrantes in questi 25 anni ha accompagnato il ‘popolo della strada’, fatto di tanti volti e storie. È stata una storia meravigliosa, con tanti operatori protagonisti che hanno letto la diversità come un valore aggiunto sul piano ecclesiale e civile. È stata una storia di Chiesa conciliare, ‘che cammina con gli uomini’, preferendo gli ultimi anche attraverso questa attenzione. È stata una storia di vita nelle città, cercando di renderle aperte, accoglienti, superando paure e divisioni, discriminazioni ed esclusioni di persone in cammino. È una storia che, con il nuovo statuto approvato dalla Cei, inizia ora una nuova pagina. Tra i tanti protagonisti di questa storia e che ci hanno lasciato, desidero ricordare i vescovi Garsia e Schettino, il direttore generale don Luigi Petris, il direttore dell’Ufficio dei marittimi e aereoportuali don Costantino Stefanetti, il direttore regionale della Toscana don Angelo Chiasserini. Sono solo alcuni dei tanti nomi di figure che hanno amato le persone migranti e in mobilità e a loro hanno dedicato la vita".

Cosa significa oggi fare promozione umana nella nostra società?
"La questione immigrazione in Italia e in Europa, giustamente è stato detto, è la nuova ‘questione nazionale e anche europea’. La politica migratoria, ancora di più la democrazia, rischia di essere incrinata da una mancata tutela della dignità della persona migrante. I costi dei documenti troppo elevati, l’impossibilità dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che rendono di fatto possibile solo a pochi, se non impossibile, un ingresso regolare, la bassa qualifica dei lavoratori, i tempi lunghi del ricongiungimento familiare, l’affrontare in forma emergenziale l’arrivo di rifugiati e profughi rischiano di non aiutare la promozione della persona umana nel nostro Paese. Così pure il mantenimento dei campi rom come esperienza abitativa o la negazione della piazza ai lavoratori dello spettacolo viaggiante rischiano di non tutelare il diritto alla casa e al lavoro. Fare promozione umana significa mettere al centro della politica e della pastorale nelle nostre comunità la persona umana, costruendo relazioni di conoscenza, appartenenza, cittadinanza che aiutino le persone a sentirsi dentro e non fuori della città e della Chiesa".