FINE VITA IN EUROPA
La tendenza è quella della legalizzazione ma non tutti i Paesi concordano
“La costituzione di quadri giuridici sui trattamenti in fase terminale, l’accento posto sulle cure palliative, il rafforzamento dell’espressione della volontà del paziente, il mantenimento della proibizione dell’eutanasia”. Sono, queste, le tendenze che si sono manifestate dal 2005 in Europa nelle legislazioni riguardanti il fine vita. Ne ha parlato il giurista francese Yves Marie Doublet, nel corso del congresso congiunto della Federazione europea delle associazioni dei medici cattolici (Feamc) e dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci) sul tema “Bioetica ed Europa cristiana”, che si è tenuto all’Università Cattolica di Roma dal 15 al 18 novembre.
Tendenze e ombre. “I Paesi del Benelux, che hanno legalizzato l’eutanasia, raggiungono 28 milioni di abitanti, a fronte degli oltre 400 milioni”, ha detto l’esperto mettendo a confronto le normative vigenti in Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Germania. In quest’ultimo Paese, ha spiegato Doublet, già “una sentenza del 2010 emessa dalla Corte di giustizia federale accetta l’interruzione dei trattamenti facendo riferimento al termine eutanasia”, e lo scorso agosto sono sorte “alcune ombre per una iniziativa che prevede, ispirandosi al modello svizzero, la depenalizzazione dell’omicidio di un congiunto”.
Un background comune. Doublet ha evidenziato che le disposizioni francesi, “di iniziativa privata”, che “non prevedono atti preventivi, e nemmeno accanimento volto a prolungare artificialmente vita, non sono distanti dalle procedure vigenti in Spagna”. “Se nel Regno Unito non esiste l’obbligo di erogare trattamenti inutili”, e nonostante in Svezia venga riconosciuto al paziente il “diritto di interrompere il trattamento” così come ai medici è accordato il permesso di “portare alla morte intenzionalmente”, permane, secondo l’esperto, un “background internazionale comune”, costituito dalle indicazioni del Consiglio d’Europa, che indica “decisioni mediche prese in armonia con decisioni prese in anticipo”, e un regolamento “che prende in considerazione il volere del paziente”.
Una legislazione bioetica. Di “counseling” genetico medico ha parlato l’ucraina Nadiya Helner: “La regola-chiave dell’etica biomedica contemporanea è il riconoscimento dell’autonomia personale e del diritto dell’uomo a risolvere il problema del diritto alla salute, nel rispetto del principio ‘noli nocere'”, ha detto, e pertanto, “non si può prescindere dalla partecipazione dei Comitati bioetici alle decisioni legislative”. Uno sguardo al futuro, con le previsioni sui problemi etici legati al fine vita che l’Europa si troverà ad affrontare nei prossimi decenni, è stato rivolto dall’esperto francese Christian Brégeon: “La popolazione di non autosufficienti nel 2040 sarà raddoppiata – ha spiegato – così come la spesa sanitaria”, nel contempo “l’uso delle cure palliative diventerà una priorità, assieme all’utilizzo di metodi per controllare il dolore e dare assistenza psicologica e spirituale ancor prima delle cure terminali”.
Un’Europa sempre più anziana. A fronte di un forte “sovraccarico fiscale” che “peserà sui cinquantenni”, i rapporti familiari, secondo Brégeon, saranno “fortemente stressati” e andrebbero, pertanto, “tutelati”, anche perché il contesto “sarà meno solidale che nel passato”. Rispetto al fine vita, la “rivoluzione demografica” farà sì che “non si rifiuteranno più sistematicamente a un anziano i vantaggi tecnologici, dalle protesi articolari alla chemioterapia”, sviluppando così una “nuova popolazione di persone molto avanti negli anni, mediamente handicappate ma stabilizzate seppur senza prospettiva di cura”. Cresceranno, nel contempo, i suicidi tra gli anziani, che in Francia interessano attualmente 17 persone su centomila, ma la percentuale aumenta fino a otto volte negli uomini con più di 90 anni.