DONNE E RELIGIONI

Qualcosa sta cambiando?

Un ruolo riconosciuto più nella teoria che nella pratica

La donna, il suo ruolo, la ricchezza che riveste per le religioni, da un’angolazione differente, quello delle diverse fedi – cristiana, ebraica, islamica, ma anche induista, buddhista, bahà’i – che oggi, anche nella vecchia Europa, si trovano a doversi confrontare per le strade e nelle piazze delle metropoli, anche italiane. Questo il tema e il contesto al centro del convegno sulla "ricchezza del ruolo delle donne nelle religioni", che si è tenuto ieri presso la Casa Valdese di Torino. Ad organizzarlo, all’interno dell’annuale iniziativa "Ecumenica", il Comitato Interfedi della Città di Torino, il Movimento sviluppo e pace, e la testata "Riforma". A don Aldo Bertinetti, rappresentante della diocesi di Torino all’interno del comitato interreligioso voluto dall’amministrazione cittadina e dal Comitato olimpico internazionale per pensare l’assistenza religiosa degli atleti in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, e poi rimasto come strumento di confronto sui temi etici e religiosi al servizio della città, Gabriele Guccione, per il Sir, ha chiesto se è possibile il confronto, sia sui temi dottrinali e propri di ogni religione, sia su quelli etici e di convivenza.

Il tema della donna è stato al centro del confronto. Ciascun esponente religioso ha presentato agli altri il suo punto di vista sulla questione. C’è un punto in comune, riconosciuto da tutti?
"Tutti siamo stati concordi nell’affermare il ruolo di estrema importanza che le religioni riconoscono alla donna. E però, spesso, nella storia è avvenuto che questo ruolo fosse riconosciuto soltanto a livello teorico, e non pratico. Non si può negare che nei secoli passati la Chiesa cattolica abbia avuto una più o meno esplicita mentalità che faceva pensare a un’impostazione abbastanza maschilista. Senza voler fare una difesa d’ufficio acritica, bisogna però ricordare che anche le religioni in genere (e il cristianesimo in questo senso non fa eccezione) vivono concretamente immerse nella cultura del tempo, e quindi tale atteggiamento può storicamente giustificarsi proprio in questo senso".

E un punto di partenza per pensare al futuro?
"La situazione delle donne nelle vari religioni sta cambiando. È un fatto riconosciuto da tutti, ciascuno con le proprie differenze, anche se con più o meno freddezza da parte di alcune fedi, specie quella islamica".

Quali sono i margini di dialogo e i limiti su questi o altri temi tra le diverse religioni che siedono nel Comitato Interfedi di Torino?
"C’è un solo limite, da tutti riconosciuto: il rischio che non tutti accettino di sedersi attorno a un tavolo a livello paritetico che vede riuniti esponenti di religioni molto diverse tra loro, per numeri e caratteristiche. Ma se si affrontano i temi della convivenza, le questioni concrete rispetto al rapporto con la società, è più facile confrontarsi e trovare un punto d’incontro. Diverso, invece, sarebbe pensare di potersi confrontare e di trovare velleitariamente una sintesi tra le diverse teologie, dottrine e concezioni dell’uomo di cui ogni fede è portatrice. Insomma: l’interreligiosità a livello di convivenza è percorribile, e la nostra esperienza lo dimostra".

Come operate? Quali sono le questioni concrete che avete sinora affrontato?
"Nel nostro lavoro ordinario affrontiamo problematiche legate alla vita e alla quotidianità. Tutti si cerca di partire insieme dalle necessità di ciascuno rispetto al resto della società, in particolare al mondo civile e alla convivenza tra noi e la società. E nel rispetto della diversità, ognuno ha la possibilità di esprimersi. Da una parte il nostro compito è di aiutare l’amministrazione a capire le problematiche delle varie fedi; dall’altra è di consegnare alla città e agli enti pubblici le nostre istanze, come nel caso – accolto dai nostri amministratori – della necessità di avere dei ministri di culto per ciascuna fede religiosa, equiparati ai cappellani cattolici, all’interno degli ospedali".

Su quali questioni state ancora lavorando?
"Oggi ci stiamo confrontando sulla richiesta che proviene in particolare dai fedeli ebrei e musulmani di avere uno spazio per la celebrazione del rito delle esequie, secondo i rispettivi riti, negli ospedali e nei cimiteri. Stiamo chiedendo al Comune la possibilità di allestire una ‘casa dei defunti’ dove, cercando di conciliare le istanze delle fedi religiose con le normative civili, ciascuno possa onorare con i propri riti i suoi defunti. Un altro tema su cui ci siamo confrontanti, ma su cui per il momento l’amministrazione non ha dato risposta, è quello delle aperture festive degli esercizi commerciali. La possibilità, cioè, per ciascun fedele, titolare o dipendente, di poter riposare nei giorni di festa prescritti dalla propria religione: il venerdì per gli islamici, il sabato per gli ebrei, la domenica per i cristiani, e così via. La nostra esperienza torinese, quella di un Comitato istituzionale voluto dalla città, esiste già informalmente in altre realtà, come Milano, e si sta cercando di allargarla ad altre ancora".