EUROPA

Un’idea nuova di potenza

Come far sì che la forza della ragione prevalga sulla ragione della forza?

“Se unita e determinata”, l’Europa “conterà anche solo per il suo peso demografico”; se invece “divisa ed esitante, essa non potrà, sui temi sensibili, che fare la politica dello struzzo”. Ne è convinto il gesuita Henri Madelin (Ocipe – Centre Sèvres). Nel suo intervento al Colloque annuel “Une crise chrétienne de l’Europe? L’urgence européenne”, promosso il 16 e 17 novembre dall’Académie Catholique de France a Parigi, padre Madelin ha delineato un continente dal volto “atipico e difficile da decifrare”, che tuttavia, “malgrado le sue odierne difficoltà, rimane attraente per molte popolazioni della sua periferia orientale e per quelle delle sponde del Mediterraneo”.

Un sussulto salutare. “Non è certo – osserva padre Madelin – che i popoli che costituiscono l’ossatura dell’Ue nutrano grandi ambizioni al suo riguardo”. Forse, “sotto la spinta della necessità, della difesa dei livelli di vita e della crescente pressione dei nuovi giganti economici e politici che appaiono all’orizzonte”, l’Europa potrà conoscere un “sussulto salutare”, ma è auspicabile che tale risveglio “non sia troppo tardivo se gli europei non vogliono ritrovarsi un domani in un angolo morto della storia”. Riprendendo la nota contrapposizione del politologo americano Robert Kagan tra hard power e soft power, o anche tra “Marte e Venere”, padre Madelin osserva che gli Stati uniti “sono schierati della parte di Marte e dello hard power che non ha timore di affermare la propria potenza”. Diversamente l’Europa, più propensa a creare “corti giudiziarie con competenza internazionale come il Tribunale de L’Aja o la Corte penale internazionale”, ad impegnarsi nella lotta contro i cambiamenti climatici o “nella regolazione del commercio internazionale”. Tuttavia, avverte il gesuita, “per valutare l’odierno ruolo dell’Europa nel mondo, dobbiamo anzitutto considerare l’originalità del modello di costruzione europea”. Essa “non è una ‘federazione di Stati-nazione”; di conseguenza la “forma politica che rivendica è senza precedenti”. Inoltre “la filosofia del progetto europeo è storicamente segnata dal rifiuto della potenza che ha condotto alle catastrofi del 1945”. Secondo Jean Monnet, rammenta Madelin, “occorre cercare la fusione degli interessi europei”, non solo il loro “equilibrio”.

Servizio d’eccellenza. Secondo il politologo gesuita, “una delle promettenti innovazioni del Trattato di Lisbona è l’aver costruito un quadro giuridico di grande ampiezza” che “consente di rendere l’azione esterna dell’Europa più coerente e se possibile in futuro più efficace”. “Erogatrice della metà degli aiuti allo sviluppo nel nostro pianeta, l’Europa si è data strumenti finanziari, grandi obiettivi e una personalizzazione ad altissimo livello”, ed aspira ad una “missione” che va “dalle relazioni politiche e diplomatiche planetarie alla gestione delle crisi, dall’azione umanitaria alle questioni legate alla difesa”. Con riferimento al Seae (Servizio europeo per l’azione esterna) e all’Alto rappresentante Ue Catherine Ashton, padre Madelin non ne nasconde le difficoltà di decollo ed auspica che si sviluppi “poco a poco un servizio d’eccellenza in grado di armonizzare le posizioni degli Stati membri, legate a diverse culture e tradizioni nazionali”.

Assenza di un popolo europeo. L’Europa, sottolinea, si sta insomma costruendo “in assenza di un popolo europeo”, mentre “per le più importanti esigenze di sicurezza” i suoi cittadini “hanno la tendenza a volgersi verso Washington piuttosto che verso Bruxelles”, e si rivelano inoltre accesi sostenitori di istituzioni internazionali quali Nato e Ocse. Un atteggiamento che, secondo padre Madelin, potrebbe “ritardare la costruzione di quell’Europa politica” che costituirebbe “il migliore antidoto” alle loro paure. “Il rifiuto della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti deve restare una scelta consolidata nel tempo – ribadisce il politologo – e non deve trasformarsi in debolezza di consenso di fronte a situazioni che l’Europa non sarebbe in grado di affrontare”.

Parlare con una sola voce. Nel riconoscere che “nelle opinioni pubbliche dei suoi Paesi membri esiste un desiderio d’Europa”, padre Madelin afferma che esso “deve condurre alla realizzazione di dispositivi che consentano all’Europa di parlare il più possibile con una sola voce sui grandi dossier che toccano il futuro pacifico del pianeta e il suo ruolo nel mondo. Unita e determinata, essa conterà anche solo per il suo peso demografico, e i recalcitranti saranno obbligati ad ammettere che bisogna fare i conti con lei. Divisa ed esitante, essa non potrà, sui temi sensibili, che fare la politica dello struzzo”. Ed è proprio ciò che, conclude padre Madelin, l’Europa sta facendo “sui temi più scottanti come Israele e Palestina, con il rischio di perdere il proprio onore e di raffreddare la speranza che molti Paesi del mondo – ricchi o poveri – hanno riposto in essa”.