FEDE E CULTURA
Progetto culturale Cei: un convegno sulla letteratura a 50 anni dal Concilio
"Sfide culturali e letterarie in Italia a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II": è il tema del convegno promosso dal Progetto culturale della Cei e dall’arcidiocesi di Firenze in corso nel capoluogo toscano (24/25 novembre). Quali sfide per la cultura e la letteratura sono nate dal Concilio? Come lo scrittore si è trovato dinanzi agli stimoli morali offerti dal Concilio? Questi gli interrogativi al centro delle tavole rotonde, cui partecipano scrittori e letterati per riannodare "le fila della letteratura post conciliare", caratterizzata da "toni forti, drammatici, provocatori con l’intento di scuotere le coscienze e di farci vedere molto più in là dei nostri angusti orizzonti".
Le sfide della cultura moderna. "Dare un’anima alla cultura è la missione della Chiesa", ha esordito padre Bartolomeo Sorge, direttore della rivista "Aggiornamenti sociali", nel suo intervento nel quale ha delineato le "sfide culturali" degli anni Sessanta, che il Concilio Vaticano II si è trovato ad affrontare: "eclissi del senso morale", religione come "fatto soggettivo", "esclusione di Dio dalla cosa comune"; "Sono le sfide dei nostri giorni", ha precisato il teologo: "La modernità ha creato nuovi spazi, la libertà di pensiero, di coscienza, di religione", ha proseguito padre Sorge, ricordando come dalla modernità "sono nate le carte dei diritti umani, i progressi nella biologia", ma anche "la corsa agli armamenti, il terrorismo, la minaccia atomica", le cui ragioni vanno ricercate in una cultura "secolarizzata post-cristiana caratterizzata dalla separazione tra scienza e fede".
Un linguaggio diverso. "Accettare il confronto su valori fondamentali non più condivisi" è stata dunque la difficoltà da superare per il Concilio. Infatti "La Chiesa e la cultura moderna ha evidenziato padre Sorge usano termini e concetti apparentemente identici ma profondamente diversi". Ecco allora che "uomo", per la Chiesa è "essere personale orientato a un fine trascendente", per la cultura moderna è "fine a se stesso, norma a se stesso"; la "storia", per la Chiesa "l’evolvere di un disegno di Dio attraverso la varietà della mente dell’uomo", con "verità immutabili che danno senso alla sua storia", è per la cultura moderna "puro divenire" soggetto a "relativismo"; la "ragione", "dea che fa la verità", "criterio unico e inappellabile" per l’uomo moderno, è, per la Chiesa, "capace di Dio", il "fine trascendente che dà senso alle scienze e alle tecniche"; infine la "libertà", che per la cultura dominante significa "fare tutto ciò che si vuole", è per la Chiesa "sinonimo di responsabilità, adeguarsi alla norma etica volontariamente per il raggiungimento del bene comune". Ma altre difficoltà, ha riconosciuto padre Sorge, venivano dalla Chiesa stessa, come la "diffidenza verso il progresso scientifico moderno", o la "chiusura pregiudiziale contro ogni approccio nuovo al pensiero"; eppure, ha ricordato il gesuita, "lo Spirito Santo è novità".
Le risposte del Concilio. Padre Sorge ha dunque individuato ne "la via del dialogo e della inculturazione" la risposta del Concilio alla sfida di "dare anima" alla cultura. "Dialogo ha specificato il teologo nel senso di porsi, con mentalità nuova, dalla parte di chi ascolta e riceve con umiltà gli elementi di verità che provengono da fuori la Chiesa, nelle religioni non cristiane, o presso i non credenti che abbiano il culto di alti valori umani benché non ne conoscano la sorgente". Un dialogo dunque da intraprendere con "la fascia di onestà e moralità che caratterizza ogni essere umano". Inculturazione, d’altra parte, non è da intendersi come "tradurre il linguaggio cristiano", ma come "sforzo nell’aiutare ogni cultura ad aprirsi a un umanesimo integrale". Ecco allora che "l’incontro tra Vangelo e cultura moderna è non solo possibile ma necessario e vantaggioso per entrambe". Attenzione però, ha ammonito padre Sorge, a "non ridurre il messaggio evangelico a sola cultura": "La credibilità e l’efficacia dell’annuncio dipendono ha precisato dalla fede e dalla natura degli evangelizzatori", che abbiano "fede matura non fede sociologica", e il cui strumento sia "la santità", e "a parlare sia Dio, cioè l’Amore".
La spiritualità delle poesia. Compiendo un excursus attraverso l’opera letteraria italiana da san Francesco, passando per Petrarca e Dante, fino a Manzoni e Belli, Pietro Gibellini, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha sottolineato la necessità di "ritrovare la religiosità nelle letteratura": "disconoscere la portata spirituale dei nostri capolavori – ha detto – sarebbe ferita mortale, perché significherebbe renderli bidimensionali", scambiando per "espedienti letterari ciò che è il derma della poesia". Dello stesso pensiero il poeta Davide Rondoni, il quale ha evidenziato nella poesia e nella letteratura una "esperienza religiosa" che "si avvicina alla preghiera". Rondoni ha parlato del drammaturgo e scrittore Giovanni Testori, "grande salmista del ‘900, tormentato dalla scoperta dell’immanenza di Dio" proprio negli anni del Concilio. E nel rapporto tra liturgia e teatro, Testori "capisce che la parola letteraria non sarà mai liturgia pur aspirandone", ha spiegato Rondoni, perché solo la liturgia può essere "parola efficace nella comprensione dell’uomo".
a cura di Marta Fallani, inviata Sir a Firenze