ILVA TARANTO

Com’è possibile?

Quella che si sta vedendo è la scena di una tragedia già provata e riprovata

La lezione è chiara e mi auguro che supponenti e saputelli ci penseranno due volte prima di emettere giudizi e asservire ai propri biechi interessi, di fama o di potere, la salute e la dignità delle persone. La fila di arresti, di avvisi di garanzia, l’affiorare, dalla rete telefonica di Girolamo Archinà, della voce distinta, shoccante, di politici e giornalisti, stanno squarciando una realtà che, anche se intuibile, è un’amara sorpresa. Quello che sta accadendo in questi giorni a Taranto è la scena di una tragedia già provata e riprovata e ci si ritrova a sperare che la ‘prima’ non calchi mai la ribalta di questa città. Dall’estate scorsa gli operai sono continuamente minacciati, messi sulla corda, rosi dall’ansia reale di perdere il proprio posto di lavoro. È disumano far pendere questa spada di Damocle sulla povera gente, puntare agli operai il coltello alla gola, come ostaggi nel bel mezzo di una rapina, da banditi accerchiati e senza vie di fuga. Ascoltando il contenuto delle intercettazioni appare ancora più tristemente motivata la latitanza delle istituzioni politiche locali, compromesse e spogliate di ogni credibilità. D’altronde Taranto non è migliore del resto d’Italia.
Si perpetua questa battaglia di forza, un braccio di ferro tra proprietà, magistratura e governo: pare che tutto si svolga dai piani alti, sulla testa dei cittadini. È possibile ancora che uno Stato possa tutelare il diritto alla salute e quello al lavoro senza lasciare i cittadini soli davanti a questi problemi? Mi chiedo, con il Vangelo alla mano, se sia moralmente lecito salvaguardare fino al sacrificio degli altri i propri interessi aziendali e familiari; così come sono convinto che la terra sia anche di chi la lavora e non soltanto di chi la possiede, perché la terra (lo dice la Bibbia) è di tutti! Per questo ancora una volta, implorando l’assunzione di responsabilità di tutte le parti in causa, che non elenchiamo più perché le conosciamo a memoria, chiediamo all’azienda di non ricattare più Taranto ma di aprirsi a soluzioni, anche a sacrifici economici, e che si adoperi per il benessere di questa città alla quale tanto deve. Esisterà anche uno Stato capace di impugnare la situazione, o come potremmo mai venir fuori da soli dallo stagno tirandoci per i capelli! La Chiesa non perde la fiducia, invoca le buone coscienze ad adoperarsi, a spendersi non perché lo stabilimento rimanga aperto a qualsiasi costo, tantomeno quello della vita, della salute, ma perché gli obiettivi della tutela dei diritti siano il frutto di un processo di conversione. Parola cara, la conversione, al tempo di Avvento che sta per cominciare e quanto mai attuale in questo angolo di sponda ionica, dove c’è anche al parola ‘attesa’ che non può essere nuovamente tradita e che sente il bisogno della voce del profeta che ripete: "Non farti mordere dalla paura o Sion, non lasciarti cadere le braccia".