BIOETICA E SOCIETÀ

La pretesa delle percentuali

La ricerca Censis sulla procreazione medicalmente assistita

Il rischio che non sia più la bioetica a stimolare la riflessione sui valori della persona e della vita, ma che la sociologia pretenda di "assumere il compito di guidare l’etica" e di "offrire indicazioni sui comportamenti da attuare" sulla base dell’opinione espressa da una maggioranza. Ad intravederlo tra le righe dell’indagine "Una riflessione sulla procreazione medicalmente assistita", condotta dal Censis (www.censis.it) e presentata il 27 novembre a Roma, è Antonio G. Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica dell’Università cattolica di Roma. A sua volta Palma Sgreccia, bioeticista dell’Istituto Camillianum, sottolinea il processo di "secolarizzazione della vita" in corso. Giovanna Pasqualin Traversa, per il Sir, ha raccolto le opinioni di entrambi.

I dati. Secondo l’indagine, in Italia è aumentato del 62,8% in cinque anni il numero delle donne trattate per la procreazione medicalmente assistita (Pma), passando da 27.254 a 44.365 tra il 2005 e il 2010. Quasi triplicato il numero di bambini nati grazie a queste tecniche, passando da 3.385 a 9.286 (+174,3%). Il 69,1% degli italiani è favorevole alla Pma, il 17,2% ritiene invece che debba essere vietata. Sulla diagnosi pre-impianto dell’embrione è d’accordo il 52,3%, mentre il 26,5% non è favorevole. Il 78,2% degli italiani è favorevole all’utilizzo delle cellule staminali embrionali per fini terapeutici, solo l’8,1% ritiene che questa tecnica debba essere vietata. Rispetto all’interruzione di gravidanza mediante l’aborto o attraverso il ricorso alla pillola abortiva (la Ru486), sono più numerosi i consensi rispetto ai divieti, "coerentemente – osserva l’istituto di ricerca – con gli esiti di un processo culturale ormai consolidato negli anni che ha riconosciuto alla donna la piena autonomia nelle scelte che riguardano la sua persona e il suo corpo". Il 60% degli italiani è infatti favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza a fronte del 26% che si oppone. In merito alla pillola abortiva, è favorevole il 54,1% e il 29% non è d’accordo. In generale, sottolinea il Censis, i pareri favorevoli su Pma, utilizzo cellule staminali embrionali e aborto sono maggiori tra i giovani e le persone con titolo di studio più elevato.

No a letture "ideologiche". Proprio da qui si avviano le riserve espresse da Antonio G. Spagnolo al Sir: "Sembra che il soggetto più attrezzato culturalmente sia più aperto ed evoluto, mentre chi ha un minore livello di scolarizzazione viene fatto apparire retrogrado, restio al progresso e alla modernità e non in grado di fare scelte etiche di pari valore rispetto a quelle dei più acculturati". Una conclusione che definisce "ideologica", come la sottolineatura di una presunta "piena autonomia" raggiunta dalla donna "nelle scelte che riguardano la sua persona e il suo corpo", con riferimento al ricorso all’Ivg o alla pillola abortiva. In realtà, secondo il direttore dell’Istituto di bioetica, si tratta "in qualche modo di un suggerimento di come devono essere letti i dati", giacché il ricorso alla pillola abortiva o all’Ivg "non è certo espressione di reale autonomia femminile". "L’idea che una determinata popolazione faccia il leader di una corrente di pensiero è già qualcosa che sta spingendo verso un orientamento ben preciso, cioè che l’etica può cambiare se la maggioranza delle persone si orienta in modo diverso". Di qui l’importanza di ribadire che "da una proposizione di tipo descrittivo non si possono ricavare conseguenze di tipo prescrittivo". Spagnolo esprime quindi perplessità sulla metodologia di indagine adottata e sul livello di informazione e conoscenza delle questioni sottoposte da parte del campione rappresentativo interpellato (1.500 italiani maggiorenni). E conclude: "Anziché innescare una riflessione su che cosa è stato fatto per evitare l’odierna situazione, come intervenire per impedirne la persistenza", e "interrogarsi su "come ripensare l’educazione e l’informazione" tentando di individuare risposte "ai fenomeni dell’infertilità e delle gravidanze indesiderate", l’indagine prende atto di una realtà, "quasi suggerendo che ad essa dovrebbero adeguarsi etica e legislazione".

Visione unitaria dell’uomo. "Le nuove tecniche biomediche che assistono la nascita" non solo "consentono di intervenire in vari modi sui processi vitali, ma hanno anche secolarizzato la sessualità e la vita nascente – afferma da parte sua Palma Sgreccia – , processi che hanno perso la millenaria dimensione sacrale". Il controllo della riproduzione umana, avverte, sta inoltre accelerando "il processo di disgregazione della famiglia come unità riproduttiva". "La salute, intesa come imperativo di massimizzare le forze vitali e le potenzialità del corpo vivente – prosegue Sgreccia -, è diventata un elemento cardine della sensibilità etica contemporanea" e ad esso "ci si appella per giustificare l’aborto e l’utilizzo delle cellule staminali (anche se ciò comporta la distruzione dell’embrione)" sovrapponendo spesso il "diritto alla salute" con il "diritto all’autodeterminazione". Infine il rischio di "nuove eteronomie", cioè" dell’imposizione di una certa qualità della vita" di fronte al quale occorre, secondo la bioeticista, ribadire "la visione unitaria dell’uomo e al tempo stesso la sua complessità" affermate dall’antropologia filosofica ebraico-cristiana.