TERREMOTO: SEI MESI DOPO
Mons. Cavina (Carpi): il ricordo e l’impegno per la ricostruzione
Il 29 maggio mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi da appena tre mesi, si trovava palazzo vescovile quando la terra tremò nuovamente. "Ero in una stanza ricorda senza alcuna possibilità di fuga, per cui sono rimasto lì fino alla fine della scossa, mentre scendevano calcinacci dal soffitto; indossavo la talare nera, che quando sono uscito era completamente bianca". A sei mesi da quel giorno, Lucia Truzzi per il Sir lo ha incontrato nella "sede provvisoria" della curia vescovile, in via Trento e Trieste.
Tutto cominciò il 20 maggio…
"Durante la prima scossa, quella delle 4, ero a letto e mi sono svegliato non tanto per il movimento tellurico quanto per il boato, come se delle ruspe avessero cominciato a lavorare molto vicino. Messi i piedi per terra, ho realizzato ciò che stava succedendo".
Poi, le scosse del 29…
"Alle 9 mi trovavo nell’ufficio del palazzo vescovile, che si era salvato dalla scossa del 20 (la parte antica era già inagibile). Ero in una stanza senza alcuna possibilità di fuga per cui sono rimasto lì fino alla fine della scossa, mentre scendevano calcinacci dal soffitto; indossavo la talare nera, che quando sono uscito era completamente bianca. Alle 13 stavo andando a trovare un sacerdote in campagna fuori Carpi che era in difficoltà. Quella per me è stata forse la scossa più devastante: mentre ero in auto l’asfalto ha cominciato a oscillare come se fossi in mare, i pioppi si abbassavano e si alzavano a una velocità incredibile e i caseggiati a fianco uno dopo l’altro crollavano, una scena apocalittica".
Come ha reagito al sisma e quanto la fede ha influito a superare quel momento?
"Il terremoto non mi ha lasciato particolari strascichi. Immediatamente non ho pensato alla mia persona, ma alla situazione della diocesi, già molto danneggiata, avevo timore che ci fossero numerose vittime, pensando all’ospedale e alle scuole. Le prime domande sono state: "Perché proprio a me, un vescovo alle prime armi, inesperto, qui da pochi mesi? Perché, Signore, mi hai messo una croce così sulle spalle?". Ma l’affetto ricevuto dai sacerdoti della diocesi, dalla gente e le tante preghiere, che continuano a essere fatte, senz’altro mi hanno dato la forza di superare questo momento di sconforto, di rimboccarmi le maniche e ricominciare a pensare immediatamente a cosa fosse possibile fare per dare una risposta al dramma che stavamo vivendo. In questo contesto ho sperimentato davvero la forza della preghiera fatta per gli altri, per le necessità dei fratelli, per dare coraggio e serenità a chi si trovava nel dolore e nella sofferenza".
La diocesi di Carpi è stata la più colpita dal sisma. Come hanno reagito le persone e le comunità?
"Le reazioni sono state molto diverse a seconda delle persone e di come hanno vissuto quest’esperienza. È vero che il terremoto ha fatto emerge tanto bene, tanta solidarietà, una dimensione comunicativa tra le persone che sicuramente prima non esisteva, un’attenzione alle esigenze degli altri prima sconosciuta. Ma ha fatto emergere anche un aspetto negativo: il peggio che c’è nell’uomo, l’individualismo e l’egoismo, dove la preoccupazione si limita all’io, al mio piccolo mondo che bisogna salvare, dimenticando che oggi più che mai, nel contesto sociale che stiamo vivendo, è chiaro che ‘ci si salva tutti o non si salva nessuno’".
Sulla ricostruzione delle chiese lei ha affermato che servono "speranza e realismo" e ci saranno da fare delle scelte anche dolorose. Ovvero?
"Quando parlo di realismo voglio dire che non bisogna lasciare tanti ruderi perché sono una ferita sempre aperta: piuttosto, laddove non sia realisticamente possibile recuperare la chiesa, è meglio abbattere e ricostruire ex novo, sia perché costerà di meno, sia perché ci vorrà meno tempo. È questa la scelta dolorosa di cui parlo. Bisogna avvicinarsi a questi problemi con il buon senso, sapendo che ci sono delle priorità da salvaguardare e che, forse, non sarà possibile salvare tutto. Comunque sarà un discorso da affrontare in futuro su tavoli di lavoro in cui ci sia posto per un dialogo sincero, per trovare soluzioni condivise che guardino al bene della popolazione del territorio".
Il terremoto, oltre alle chiese, ha colpito pesantemente anche le aziende. La Chiesa che messaggio può dare a chi è in difficoltà dal punto di vista lavorativo?
"Ogni mercoledì vado a visitare e benedire le aziende e devo dire che è un momento d’incontro molto forte, segno di vicinanza della Chiesa. Dove possibile cerco di portare solidarietà e richiamare la dottrina sociale della Chiesa come faro per recuperare la dimensione etica del lavoro e dell’economia. È un momento gradito di scambio con le maestranze e con i proprietari e a tutti porto la riflessione che ho fatto sul terremoto "Ritornate a me con tutto il cuore. Per superare la drammatica esperienza del terremoto e vincere la paura" perché oggi c’è bisogno di parole di speranza".