LEGGE SUI FIGLI

Dalla parte del bambino

Intervista con il giurista Andrea Nicolussi (Università Cattolica)

Dibattito serrato sul via libera definitivo dato dalla Camera alle disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali. Un provvedimento, in attesa ora di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che mira a eliminare dall’ordinamento le residue distinzioni tra figli legittimi e figli naturali, affermando il principio dell’unicità dello stato giuridico dei figli, indipendentemente dal vincolo giuridico o meno dei loro genitori. Si tratta di un testo di legge estremamente complesso e tecnico. Maria Chiara Biagioni, per il Sir, ha chiesto una valutazione ad Andrea Nicolussi, ordinario di diritto civile e diritto della famiglia all’Università Cattolica di Milano. È membro dello "Study Group on a European Civil Code" e del Comitato nazionale per la bioetica.

Qual è secondo lei il cambiamento più importante che apporta questa legge nel diritto di famiglia?
"Direi che la legge porta a uno stadio più avanzato una tendenza che caratterizza tutta la seconda metà del Novecento e, cioè, quella a eliminare il più possibile la discriminazione tra figlio legittimo e figlio che addirittura una volta veniva chiamato illegittimo. È una tendenza che corrisponde in fondo a tutte le matrici della cultura contemporanea laica e cattolica. Basti pensare per esempio alla Gaudium et Spes che già scriveva di questa urgenza per una più generosa prossimità al fanciullo nato da una unione illegittima. La nostra Costituzione all’art. 30 prevede in maniera molto chiara una responsabilità dei genitori per i figli nati nel matrimonio così come fuori dal matrimonio. E i provvedimenti e gli atti sanciti negli anni Settanta e Ottanta anche a livello europeo orientano in questa direzione".

A quale esigenza sociale risponde la legge?
"Come giurista che studia questi fenomeni da anni, la legge affronta una questione che si pone da tanto tempo. Secondo me, però, è importante sfuggire dal contingente: nel diritto di famiglia anche la Corte Costituzionale ha sempre cercato di evitare che il diritto di famiglia fosse null’altro che la fotografia dell’esistente. Evitando, cioè, che il sociale dovesse per forza divenire norma. C’è sempre stata, quindi, l’idea ben radicata che la Costituzione dovesse fornire dei parametri di orientamento. È chiaro, però, che in una società, nella quale la famiglia fondata sul matrimonio tiene sempre di meno, dove sono molto di più frequenti le filiazioni fuori del matrimonio, c’è un contesto sociale sensibile all’equiparazione tra figli naturali e figli legittimi".

Questa legge risponde anche alle esigenze delle famiglie di fatto.
"Certo, le risponde nella misura in cui queste famiglie di fatto hanno dei figli. Perché bisogna distinguere tra due persone che convivono senza aver contratto matrimonio e non hanno figli e due persone che convivono ma hanno figli. Perché quando ci sono i figli, la questione cambia. Credo che l’azione più importante sia quella di mettere al centro l’interesse del fanciullo, superando certe ideologie".

È questo, quindi, il parametro di riferimento a cui faceva riferimento prima?
"Il minore è da tutelare sempre. Da questo punto di vista il diritto recupera l’idea del matrimonio che nasce ancestralmente per la tutela e la protezione dei figli".

Il problema è che sui parametri di riferimento si hanno idee molto diverse.
"Stiamo vivendo un momento cruciale della cultura contemporanea dove ci sono due orientamenti in fondo: quello per il quale la filiazione è un fatto che genera responsabilità e quello che invece intende la filiazione come libertà di assunzione della responsabilità. Questo secondo orientamento è molto forte e ispira le leggi, come sta avvenendo in Francia, che si fondano sull’idea che la filiazione non è un fatto biologico. È il frutto della decisione dell’adulto di occuparsi del bambino. Su questa base, è ovvio che si può adottare da soli, in coppia omosessuale, e così via, perché sono io che decido di essere padre o madre".

Cosa pensa della norma sull’incesto?
"La modifica che è stata fatta, è quella di eliminare il requisito della buona fede del genitore (quando, cioè, il genitore ignora l’esistenza di un vincolo parentale, ndr), conservando il filtro giudiziale. Hanno, cioè, detto: perché dobbiamo discriminare tra buona fede o mala fede del genitore, quando è in gioco l’interesse del figlio? Se è interesse del figlio il fatto di essere riconosciuto da due genitori o da uno di loro che in quel momento sapevano di commettere un incesto, perché questo deve ricadere sul figlio?".

Come valuta, allora, il dibattito che si aperto in questi giorni sulla legge, anche rispetto alla questione dell’incesto?
"Se uno riesce ad accedere al testo della legge e alle modifiche apportate rispetto al sistema vigente, si può fare una certa opinione. Se invece apprende la notizia attraverso i mezzi di stampa ma anche attraverso dichiarazioni estemporanee di alcuni protagonisti della politica, non è in grado di rendersi conto di quello che è successo. E questo, secondo me, è un grande problema di democrazia: perché assistiamo a passi di legislazione in ambiti che purtroppo sono sempre più tecnici e lo saranno sempre di più nella misura in cui coinvolgeranno istituti nuovi e questioni bio-tecnologiche nei confronti dei quali il ‘grande pubblico’ sembra sostanzialmente emarginato e discriminato nella possibilità di formarsi liberamente il proprio pensiero. Perché o ha la possibilità di accedere direttamente alla notizia e, allora, non serve la comunicazione, o la comunicazione tende ad essere depistante a causa di dichiarazioni e opinioni dettate da un determinato afflato ideologico".